Venti ottobre

E poi ci sono dei giorni…

Sei sempre tu, ma sei anche altro: ti ritrai in te stessa, cerchi forza e speranza dove trova riparo la tua essenza più profonda, unica ragione di essere, solo modo di sopportare.  Cammini parli vai e vieni, fai; si attorciglia però altrove il tuo pensiero e ti chiedi, ma non trovi risposta.

Il cielo è grigio, appena lattiginoso; le nuvole non solcano la volta azzurra sopra di te. E’ tutto di un identico colore – grigio, lattiginoso – e le colline non si vedono, scompaiono gli alberi ingialliti nella foschia densa che è questo mondo, attorno.

Gli alberi ai bordi delle strade ingialliscono le foglie, si arrossano; la sterpaglia dei campi si adagia poi si ripiega sulle zolle e diviene altre zolle. Avanza buia la mite giornata ottobrina. Forse altrove il sole sarà ancora, forse altrove.

E poi ci sono dei giorni…

Non hai neppure più voglia di essere qui, non trovi più le nuvole – realtà del tuo personale cielo – non vedi l’azzurro del cielo di ottobre. Non c’è, in questi giorni. Ti stringi nelle spalle, indossi la tua corazza fatta di una maglia un poco più pesante, il viso si maschera di sorrisi ed il trucco più pesante confonde i tuoi lineamenti.

Sono giorni…

Il giudizio temerario causa preoccupazione, disprezzo del prossimo, orgoglio e compiacimento in se stessi e cento altri effetti negativi, tra i quali il primo posto spetta alla maldicenza, vera peste delle conversazioni. Vorrei avere un carbone ardente del santo altare per passarlo sulle labbra degli uomini, per togliere loro la perversità e mondarli dal loro peccato, proprio come il Serafino fece sulla bocca di Isaia.


Se si riuscisse a togliere la maldicenza dal mondo, sparirebbero gran parte dei peccati e la cattiveria. A chi strappa ingiustamente il buon nome al prossimo, oltre al peccato di cui si grava, rimane l’obbligo di riparare in modo adeguato secondo il genere della maldicenza commessa. Nessuno può entrare in Cielo portando i beni degli altri; ora, tra tutti i beni esteriori, il più prezioso è il buon nome. La maldicenza è un vero omicidio, perché tre sono le nostre vite: la vita spirituale, con sede nella grazia di Dio; la vita corporale, con sede nell’anima; la vita civile che consiste nel buon nome. Il peccato ci sottrae la prima, la morte ci toglie la seconda, la maldicenza ci priva della terza. Il maldicente, con un sol colpo vibrato dalla lingua, compie tre delitti: uccide spiritualmente la propria anima, quella di colui che ascolta e toglie la vita civile a colui del quale sparla. Dice S. Bernardo che sia colui che sparla come colui che ascolta il maldicente, hanno il diavolo addosso, uno sulla lingua e l’altro nell’orecchio. Davide, riferendosi ai maldicenti dice: Hanno affilato le loro lingue come quelle dei serpenti.

Il serpente ha la lingua biforcuta, a due punte, come dice Aristotele; tale e quale è quella del maldicente, che con un sol morso ferisce e avvelena l’orecchio di chi ascolta e il buon nome di colui di cui parla male.

Per questo ti scongiuro, carissima Filotea, di non sparlare mai di alcuno, né direttamente, né indirettamente. Sta attenta a non attribuire delitti e peccati inesistenti al prossimo, a non svelare quelli rimasti segreti, a non gonfiare quelli conosciuti, a non interpretare in senso negativo il bene fatto, a non negare il bene che sai esistere in qualcuno, a non fingere di ignorarlo, tanto meno poi devi sminuirlo a parole; agendo in questo modo offenderesti seriamente Dio, soprattutto se dovessi accusare falsamente il prossimo o negassi la verità a lui favorevole; mentire e contemporaneamente nuocere al prossimo è doppio peccato.

Coloro che per seminare maldicenza fanno introduzioni onorifiche, e che la condiscono di piccole frasi gentili, o peggio di scherno, sono i maldicenti più sottili e più velenosi.

Protesto, dicono, che gli voglio bene e che per il resto è un galantuomo, ma, continuano, la verità va detta: ha avuto torto nel commettere quella perfidia…

(…)

Se ti imbatti in un maldicente senza pudore, per scusarlo, non dire che è una persona libera e franca; di una persona apertamente vanesia, non dire che è generosa e senza complessi; le libertà pericolose non chiamarle semplicità e ingenuità; non camuffare la disobbedienza con il nome di zelo, l’arroganza con il nome di franchezza, la sensualità con il nome di amicizia

San Francesco di Sales, da qui

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