Ventuno di aprile

Pomeriggio silenzioso a cesellare il vento, con i suoni che nelle stanze della casa si rincorrono; c’è un lontano sapore di lillà, un profumo come fragola. E’ la primavera con il suo volto dolce, il suo incedere lento; sono i giorni lunghi, quando non è quasi mai sera, i giorni che preparano alla calura ma caldi non sono ancora. Il cielo è chiaro, verdeggiano le colline mentre un’aria leggera  muove  le chiome degli alberi e  dà coraggio agli uccelli che cantano senza sosta.

 Resti in silenzio, non c’è nulla di più bello.

Tacciono anche i pensieri, forse, resi lenti e pigri da questa volontà forte che non chiede risposte ma non fa domande. 

Ascolti una te stessa lontana che credevi perduta ma è ancora qui, sta tornando felice come una bambina innamorata.

C’è la grande libreria bianca, una comoda poltrona, un gatto: nulla ti manca.

Entra la luce dalla vetrata, fa brillare il legno chiaro del pavimento; un’orma lieve come zampette attraversa la stanza, e sono i tuoi pensieri che viaggiano pigri – senza fare rumore – alimentandosi della quiete, del piacere di tessere l’acqua a cerchi concentrici per fare un mondo nuovo, liquido e fresco, più vero del mondo vero. Racconterai quel mondo a te stessa ogni sera con le parole delle fiabe (sempre lo stesso inizio ed il medesimo finale), e sorriderai di te se sbaglierai le parole.

 

CHIEDO SILENZIO

Ora, lasciatemi tranquillo.
Ora, abituatevi senza di me.
Io chiuderò gli occhi
E voglio solo cinque cose,
cinque radici preferite.
Una è l’amore senza fine.
La seconda è vedere l’autunno.
Non posso vivere senza che le foglie
volino e tornino alla terra.
La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.
La quarta cosa è l’estate
rotonda come un’anguria.
La quinta cosa sono i tuoi occhi.
Matilde mia, beneamata,
non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi guardi:
io muto la primavera
perché tu continui a guardarmi.
Amici, questo è ciò che voglio.
E’ quasi nulla e quasi tutto.
Ora se volete andatevene.
Ho vissuto tanto che un giorno
dovrete per forza dimenticarmi,
cancellandomi dalla lavagna:
il mio cuore è stato interminabile.
Ma perché chiedo silenzio
non crediate che io muoia:
mi accade tutto il contrario:
accade che sto per vivere.
Accade che sono e che continuo.
Non sarà dunque che dentro
di me cresceran cereali,
prima i garni che rompono
la terra per vedere la luce,
ma la madre terra è oscura:
e dentro di me sono oscuro:
sono come un pozzo nelle cui acque
la notte lascia le sue stelle
e sola prosegue per i campi.
E’ che son vissuto tanto
e che altrettanto voglio vivere.
Mai mi son sentito sé sonoro,
mai ho avuto tanti baci.
Ora, come sempre, è presto.
La luce vola con le sue api.
Lasciatemi solo con il giorno.
Chiedo il permesso di nascere.

Pablo Neruda

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Pensieri

intempestivoviandante's Blog

Devo fare pulizia. Negli armadi, nella mail, tra i sogni e i progetti. Troppe cose superflue mi frenano. La scrittura no, della scrittura tutto è essenziale. Se ferisce scriverlo, è perché non scriverlo finirebbe per ucciderti. Quello che sembra spaccare l’anima, forse crea solo un’apertura, è una ferita, sì, ma una ferita contro la perdita di sé. Si vive delle nostre ferite. Io sono le parole che scrivo, il mio corpo, il mio cuore, la mia vita sono le parole che scrivo. Voglio svuotare tutti i cassetti e tenere solo quello che più si avvicina alla me stessa che mi somiglia.

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