Primo giugno: non passa giorno che non ricordi

Le mani callose e forti, dalle unghie quadre tagliate corte, la schiena dritta anche da vecchio, i capelli grigio ferro ancora ricci – prima se ne faceva vanto – . Grigi anche gli occhi: nessuno in famiglia dopo di lui ha avuto lo stesso colore, nessuno.

La voce che non si alzava mai, il coraggio di prendere la vita guardandola negli occhi anche se si accaniva maligna, la voglia generosa di non tirarsi mai indietro, il sorriso facile. Bastava guardarlo per capire quanto amava la vita, quanto ne era pieno.

Non  fu  l’ultima volta, lo sai bene, ma quella volta era in piedi sul piazzale con un giaccone grigio un po’ liso, le mani nelle tasche a contrastare il freddo, e negli occhi aveva già la partenza verso le sue colline, verso i campi, verso Langa, verso l’addio.

Più di dieci anni sono passati, innumerevoli inverni, lunghe estati calde, campi di papaveri e di grano, qualche spruzzata di neve, venti freddi che accapponano la pelle, ma non passa giorno che non ricordi.

A mio padre 

Se mi tornassi questa sera accanto

lungo la via dove scende l’ombra

azzurra già che sembra primavera,

per dirti quanto è buio il mondo e come

ai nostri sogni in libertà s’accenda

di speranze di poveri di cielo

io troverei un pianto da bambino

e gli occhi aperti di sorriso, neri

neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,

un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.

Ora alla terra è un’ombra la memoria

della tua voce che diceva ai figli:

– Com’è bella notte e com’è buona

ad amarci così con l’aria in piena

fin dentro al sonno – Tu vedevi il mondo

nel plenilunio sporgere a quel cielo,

gli uomini incamminati verso l’alba.

 

Alfonso Gatto

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