Capita

Si appoggia al muro con la schiena, sotto i portici dove la gente cammina più lenta perchè lì la pioggia non bagna, lì fa meno freddo.

Indossa un vecchio pastrano lacero e sporco, che gli penzola da tutte le parti sul corpo magro; allunga la mano tremante e qualche spicciolo raccatta, ogni tanto. Allora si compra una bottiglia di vino.

Lo riconoscono, i passanti, e lo guardano.

C’è chi sa ancora il suo nome, il suo cognome, la famiglia ed il paese da dove proviene.

Scuote la testa incredulo, chi lo conosce da tanto.

Sta appoggiato al muro con la schiena, sotto i portici, e la gente cammina più in fretta per evitarlo; nessuno lo guarda negli occhi, nessuno lo saluta; eppure lo conoscevano in tanti, Ferrari Giuseppe, ingegnere, di quasi cinquant’anni

Andava in giro per il mondo, non tanto tempo fa,  a controllare cantieri; portava abiti firmati, costosi, con la cravatta intonata e le scarpe lucide. A volte persino i gemelli, gli vedevi sotto la giacca, ed il fermacravatta  era  addirittura d’oro, forse.

Sta appoggiato al muro con la schiena e se ha bevuto abbastanza la racconta…

Nessuno sa com’era bionda, com’era dolce, Mihaela.

Nessuna era come lei, nessuna: lei sapeva parlarmi dolcemente e se ero stanco mi ristoravo, se ero arrabbiato mi  intenerivo, se avevo paura mi rincuoravo.

L’avevo incontrata a Brașov quando costruivo un alto palazzo quasi tutto di vetro –  non so, non ricordo bene – ed erano stati per primi i suoi occhi ad incantarmi. Mi perdevo, in quegli occhi, non rammentavo più neppure come mi chiamavo.

Lei rideva, traduceva quel che io dicevo in italiano, mi accompagnava dall’alba al tramonto in quel paese straniero dove non capivo, dove non sapevo.

Poi, cominciò a fermarsi anche la notte…

Nessuno sa com’era bionda, com’era dolce, Mihaela; nessuna ha gli occhi azzurri come i suoi, le mani sottili e rosate, la pelle morbida, la peluria così leggera dove le cosce incontrano un presagio del suo ventre.

Le colazioni a letto, le lunghe passeggiate sul Monte Tampa e la funivia, il bar sulla Piazza del Municipio, i primi baci sotto le mura di Brasov e i discorsi su Dracula. Mi perdevo ad ascoltarla, neppure più capivo il senso di quel che diceva.

Non ricordo più tutto, però, anche se la sua voce è ancor qui che aleggia intorno; io non vedo i passanti, non sento il loro scherno: vivevo  davvero soltanto quando c’era Mihaela.

Le ho costruito una casa, sapete, la casa dei suoi sogni e gliene ho fatto dono. Ho comprato i mobili che voleva, le tende che aveva scelto, i tappeti che più desiderava: nulla era abbastanza, per la mia Mihaela.

Mi aveva guardato al di sopra degli occhiali, il notaio di Brașov, quando eravamo andati da lui mano nella mano e la casa ancor fresca di colore era diventata la casa del mio amore, ma non aveva detto niente.

Poi, appena entrati nel cancello c’era Alin che ci aspettava, si sono presi per mano e si sono guardati ridendo. Io credevo fosse suo fratello.

Nessuno sa com’era bionda, com’era dolce, Mihaela.

Nessuna era come lei, nessuna: datemi da bere, per favore.

Si appoggia al muro con la schiena, sotto i portici dove la gente cammina più lenta perchè lì la pioggia non bagna, lì fa meno freddo.

Indossa un vecchio pastrano lacero e sporco, che gli penzola da tutte le parti sul corpo magro; allunga la mano tremante e qualche spicciolo raccatta, ogni tanto.

Allora si compra una bottiglia di vino e la beve d’un fiato, poi si addormenta seduto per terra – la schiena contro il muro, le abbraccia abbandonate, la bocca semiaperta –  e sogna Mihaela.

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