E ti ricordi

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Quando ancora l’inverno era nel suo colmo, quando ancora il fiato sbiancava uscendo dalla tua bocca –  ed era gennaio, erano lontani i presagi di primavera, era l’infanzia o poco più – c’erano giorni in cui camminavi, ti lasciavi alle spalle il paese e camminavi verso il fiume o verso la collina. Un passo dietro l’altro, un giro breve oltre la chiesa, attorno al campo sportivo: dovunque andava bene.

Battevi il selciato con le scarpe e immaginavi la vita che si apriva: un sassolino, uno sterpo, un fossato da saltare di slancio. La fila affannata delle formiche, un cane che abbaiava più lontano, la persiana che sbatteva all’improvviso.

E ti ricordi, adesso, volti e voci. E ti ricordi odori, il sentore del freddo alle narici, il suono della sua voce che chiamava. Era appoggiato a quella siepe e ti aspettava, sapeva di freddo anche la sua sciarpa, l’interno del giaccone che ti accoglieva e ti scaldava. Lontano i tetti rossi, lontano gli alberi spogli: batteva freddo il sole la tua pelle, la rischiarava e baluginavano i suoi denti bianchi in quel sorriso.

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Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:                                              5

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

                                               Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Eugenio Montale

 

 

 

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Stasera i glicini

Stasera vorresti raccontare dei glicini, fiori generosi, grappoli profumati e opulenti, abbondante bontà e grandezza di aprile.

C’è un leggero vento quasi caldo tutto intorno, una moltitudine di stelle che palpitano – più in alto, molto più in alto – e lontano l’abbaiare triste di un cane. Lungo la strada, illuminato da un lampione, un pergolato di glicini che si protendono verso l’asfalto e sembrano lacrime.

Stasera vorresti raccontare dei glicini ma è tardi, le stoviglie in cucina sono cadute e un’onda di rabbia e di pena ti porta lontano. Il televisore disturba i ricordi, le voci confondono.

Avresti raccontato dei glicini.

IL PERGOLATO DI GLICINI 

Solaria,
il vento del sud scrolla e devasta il tuo pergolato di glicini. 
Ne piombano a terra i corimbi, chicchi violetti di grandine, 
pesanti d’un peso di morte. 
Così a te traboccan dagli occhi,
nell’ora del torbido amore, le lacrime; 
ma non si raccoglie il pianto d’amore,
non si raccolgono i fiori caduti del glicine. 

Ada Negri

Otto marzo millenovecentonovanta, anniversario

Tanto per ricordare…

Nuvole sparse tra le dita

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La sera con il vento, l’attesa vicino alla macchina, lui che arriva, il saluto.

Primo appuntamento:  vestito nuovo, provocante ed audace ma non troppo, abito corto come non porti mai. Parrucchiere nel pomeriggio, profumo in abbondanza – sarà troppo, probabilmente – , manicure.

Otto marzo millenovecentonovanta.

Nel parcheggio  donne in festa soltanto, anche loro vestite di nuovo; risate alte, grida, richiami.  Allegria di ragazze, di donne che escono insieme parlando. Gli scherzi, le battute esagerate.

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Prime feste con spogliarello maschile, uscite sdoganate dai ragazzi, i fidanzati, i mariti. Stasera rimangono a casa, cucinano, stanno da soli, guardano i figli. Stasera alla casa la cena il cane pensano loro. Stasera libertà: libertà fra donne.

Otto marzo millenovecentonovanta.

Le scarpe col tacco forse un po’ esagerato, la camminata insicura.

 – Vieni, appoggiati, ti tengo io.

La gonna stretta, andiamo. Va bene la pizzeria, una qualunque. Ti siedi di fronte a lui per…

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