E ti ricordi

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Quando ancora l’inverno era nel suo colmo, quando ancora il fiato sbiancava uscendo dalla tua bocca –  ed era gennaio, erano lontani i presagi di primavera, era l’infanzia o poco più – c’erano giorni in cui camminavi, ti lasciavi alle spalle il paese e camminavi verso il fiume o verso la collina. Un passo dietro l’altro, un giro breve oltre la chiesa, attorno al campo sportivo: dovunque andava bene.

Battevi il selciato con le scarpe e immaginavi la vita che si apriva: un sassolino, uno sterpo, un fossato da saltare di slancio. La fila affannata delle formiche, un cane che abbaiava più lontano, la persiana che sbatteva all’improvviso.

E ti ricordi, adesso, volti e voci. E ti ricordi odori, il sentore del freddo alle narici, il suono della sua voce che chiamava. Era appoggiato a quella siepe e ti aspettava, sapeva di freddo anche la sua sciarpa, l’interno del giaccone che ti accoglieva e ti scaldava. Lontano i tetti rossi, lontano gli alberi spogli: batteva freddo il sole la tua pelle, la rischiarava e baluginavano i suoi denti bianchi in quel sorriso.

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Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:                                              5

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

                                               Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Eugenio Montale

 

 

 

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Sera, forse un ritorno

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Un po’ di nascosto, con il sorriso dietro la mano: è notte – quasi – e fa freddo, fuori, ma sei di nuovo qui: lo stesso luogo abbandonato da mesi, lo schermo azzurro, le parole. Tu, ed un cielo nel quale riverberi i tuoi pensieri.

Si allarga il petto nel sollievo, si dilata la stanza, la casa. E’ compiuto, è concluso, è terminato: volerà da solo e forse non lo riconoscerai, come un figlio cresciuto che vedi andare via e lo accompagni sulla soglia mentre vorresti fermarlo. Cosa diverrà non importa: conta quel che è stato per più di due anni – gli occhi brucianti, la schiena incurvata, le dita che fanno male – ed ora è finito.

Devi riprendere l’abitudine al tempo vuoto, a qualche ora per te – di nuovo – , ai racconti un po’ sconclusionati, alla ricerca del dire.

Tornerai, e sarà di nuovo amore; sarà la fretta di  raccogliere, la smania di narrare, sarà cosa sarà, non sai ancora.

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Egon Schiele

È compiuto. È concluso. È terminato.
È consumato l’incendio. S’è fermato.
S’è chiuso il cerchio pietrificato.
Il tempo s’è fermato. È consumato
il delitto. S’è bruciato
il ricordo. L’ansia è cessata.
Una coltre di lava ha mormorato
ogni cranio ogni orbita svuotata.
Ogni bocca nel grido ha sigillato.

S’è chiuso il cerchio. Niente osa varcare
il silenzio di lava. Le formiche
girano intorno al rogo spento impazzite.

Goliarda Sapienza

PADRE FALEGNAME

La pialla, lo scalpello, i trucioli, odore di segatura; la colla a caldo nel lurido barattolo, i chiodi di tutte le forme  e le misure.

Padre falegname scendeva le scale ed andava in bottega ogni mattina alla stessa ora con la stessa tuta blu, il berretto sulla testa per non sporcarsi i capelli ma i guanti non li  portò mai. Aveva ancora tutte le sue dita, anche a settantanove anni, quell’estate quando lasciò il corpo sulla terra della vigna.

– Falegname da sessant’anni ma son stato molto attento – raccontava – e  morirò con tutte le mie dita.

Respirare un po’ d’aria buona, voleva da vecchio, e lasciava spesso la bottega greve di odori di colla segatura trucioli e legno. Sul banco incrostazioni e compensato, lavori da finire; non li terminò mai e sono fermi ancora lì, ad aspettare il tempo eterno di chi è stato. Sono fermi accanto al banco, con la pialla – quella nuova che usò troppo poco –  fermi accanto a tutti gli altri attrezzi accolti contro il muro, disegno espressionista di una vita.

Il legno, il legno in tutte le sue forme, con tutti i suoi colori. La pialla il martello, trucioli e segatura, trucioli di legno. Segatura sul pavimento, nei capelli, fra le dita delle mani.

Ed erano i suoi occhi grigi, meno limpidi verso la vecchiaia, che misuravano il legno con sguardo esperto, valutavano qualità e peso senza mai sbagliare. Poi c’erano le mani, quelle mani grandi di uomo che non ha mai forgiato altro che legno: segato, scartavetrato, pulito, lisciato, incollato,  diviso per poi riattaccare. Mani ruvide e grandi con i calli nel palmo e le unghie corte.

Avevano da fare come sempre chi guarda alla propria vita e lascia indietro tutto il resto: si stancavano presto, in casa sua,  quando raccontava della guerra della Germania della fuga, dell’andare a nove anni a lavorare, della scuola frequentata poco e male. Si stancò poi di raccontare e più nessuno adesso sa.

E’ un padre, è un falegname: è la mia festa, diceva a San Giuseppe, tutti gli anni, e sorrideva. Scendeva le scale e andava in bottega, ogni pomeriggio alla stessa ora. Chi passava per via lo salutava e si fermava a dire due parole.

La vita, i dolori, le fatiche, ma il sorriso e la voglia di scherzare non cessarono nel tempo.  Ora è tardi, e le sue mani non spolverano il cassettone vecchio dell’ingresso, il tavolo le sedie, la madia vuota, e non raccolgono con le dita la segatura dei tarli.

(Buon compleanno)

Portami ancora per mano.

 

Papà, radice e luce, portami ancora per mano
nell’ottobre dorato del primo giorno di scuola.
Le rondini partivano, strillavano:
fra cinquant’anni ci ricorderai.

 

Maria Luisa Spaziani