E ti ricordi

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Quando ancora l’inverno era nel suo colmo, quando ancora il fiato sbiancava uscendo dalla tua bocca –  ed era gennaio, erano lontani i presagi di primavera, era l’infanzia o poco più – c’erano giorni in cui camminavi, ti lasciavi alle spalle il paese e camminavi verso il fiume o verso la collina. Un passo dietro l’altro, un giro breve oltre la chiesa, attorno al campo sportivo: dovunque andava bene.

Battevi il selciato con le scarpe e immaginavi la vita che si apriva: un sassolino, uno sterpo, un fossato da saltare di slancio. La fila affannata delle formiche, un cane che abbaiava più lontano, la persiana che sbatteva all’improvviso.

E ti ricordi, adesso, volti e voci. E ti ricordi odori, il sentore del freddo alle narici, il suono della sua voce che chiamava. Era appoggiato a quella siepe e ti aspettava, sapeva di freddo anche la sua sciarpa, l’interno del giaccone che ti accoglieva e ti scaldava. Lontano i tetti rossi, lontano gli alberi spogli: batteva freddo il sole la tua pelle, la rischiarava e baluginavano i suoi denti bianchi in quel sorriso.

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Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:                                              5

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

                                               Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Eugenio Montale

 

 

 

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Otto marzo millenovecentonovanta, anniversario

Tanto per ricordare…

Nuvole sparse tra le dita

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La sera con il vento, l’attesa vicino alla macchina, lui che arriva, il saluto.

Primo appuntamento:  vestito nuovo, provocante ed audace ma non troppo, abito corto come non porti mai. Parrucchiere nel pomeriggio, profumo in abbondanza – sarà troppo, probabilmente – , manicure.

Otto marzo millenovecentonovanta.

Nel parcheggio  donne in festa soltanto, anche loro vestite di nuovo; risate alte, grida, richiami.  Allegria di ragazze, di donne che escono insieme parlando. Gli scherzi, le battute esagerate.

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Prime feste con spogliarello maschile, uscite sdoganate dai ragazzi, i fidanzati, i mariti. Stasera rimangono a casa, cucinano, stanno da soli, guardano i figli. Stasera alla casa la cena il cane pensano loro. Stasera libertà: libertà fra donne.

Otto marzo millenovecentonovanta.

Le scarpe col tacco forse un po’ esagerato, la camminata insicura.

 – Vieni, appoggiati, ti tengo io.

La gonna stretta, andiamo. Va bene la pizzeria, una qualunque. Ti siedi di fronte a lui per…

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Il sole, adesso

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Primo marzo e un’aria gelida che rabbrividisce la pelle, dove il sole non può arrivare, a ridosso dei muri esposti a nord.

Primo marzo, una luce abbacinante, un profumo verde di erbe nuove, un sole che scalda – ormai è alto nel cielo – e quieta il vento.

Il sole, adesso, risveglia quei fiori gialli sulla scarpata, subito accanto all’asfalto, e fa brillare i nontiscordardime.

Camminavi sempre con lui lungo la strada verso la collina, fra gli alberi che ogni giorno si rivestivano delle gemme nuove; non eravate mai stanchi di parlare e di ridere, quando era ancora presto nella tua giornata, quando ancora inconsapevole vivevi e la vita non ti bastava.

Camminavate, fermandovi ogni tanto per guardarvi, e se incontravate altra gente non avevate tempo per salutarli; salivate lungo i calanchi alla ricerca delle ginestre e del timo, alla ricerca dei luoghi più remoti dove nessuno udiva parole e risa: allora  il tempo  era un’impaziente attesa.

C’erano prati e radure, ruscelli d’acqua chiara gorgogliante che lambivano precoci viole; c’erano gialle le primule, nascoste fra le foglie secche che crocchiavano sotto le scarpe; c’erano la sua risata e il suo braccio,  la sua mano che ti spronava a salire per guardare giù  la valle ed il fiume.

C’era l’argine del fiume e poco più in là campi dimenticati ed incolti dove raccoglievi i fiori gialli del tarassaco e qualche  nontiscordardime, cercavi viole  – quelle ben nascoste dal muretto – e ogni fiore trovato era un desiderio esaudito (per le viole bianche qualcosa di più) 

Il sole, oggi, risveglia ricordi che neppure  sapevi di conservare, che ti fanno sorridere mentre quasi ti viene da piangere.

Primo marzo, una luce abbacinante, un profumo verde di erbe nuove, un sole che scalda – ormai è alto nel cielo – e quieta il vento.

Primo marzo e un’ aria gelida che rabbrividisce la pelle, se il sole tarda ad arrivare.

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Quadri di Seurat

Esempi

Anima, sii come il pino:
che tutto l’inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d’abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.

Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t’aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.

Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l’ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.

Ma l’amore del sole
appassionatamente la cinge
d’uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall’ombra,
sovrane
al di là d’ogni tenebra,
come pensieri dell’anima eterna
verso l’eterna luce.

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-56382>