Stasera i glicini

Stasera vorresti raccontare dei glicini, fiori generosi, grappoli profumati e opulenti, abbondante bontà e grandezza di aprile.

C’è un leggero vento quasi caldo tutto intorno, una moltitudine di stelle che palpitano – più in alto, molto più in alto – e lontano l’abbaiare triste di un cane. Lungo la strada, illuminato da un lampione, un pergolato di glicini che si protendono verso l’asfalto e sembrano lacrime.

Stasera vorresti raccontare dei glicini ma è tardi, le stoviglie in cucina sono cadute e un’onda di rabbia e di pena ti porta lontano. Il televisore disturba i ricordi, le voci confondono.

Avresti raccontato dei glicini.

IL PERGOLATO DI GLICINI 

Solaria,
il vento del sud scrolla e devasta il tuo pergolato di glicini. 
Ne piombano a terra i corimbi, chicchi violetti di grandine, 
pesanti d’un peso di morte. 
Così a te traboccan dagli occhi,
nell’ora del torbido amore, le lacrime; 
ma non si raccoglie il pianto d’amore,
non si raccolgono i fiori caduti del glicine. 

Ada Negri

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E vengono i freddi

Luccica la brina sui tetti, mentre sale il sole, splende sulle foglie larghe delle siepi di lauroceraso; brilla, colpita dal freddo sole invernale, gocciola piano verso il terreno brullo.

Vorrebbe forse venire presto, la neve, scendere ricoprire nascondere questo tempo così spoglio che è oggi, dodici novembre duemilasedici; tempo vuoto, tempo nero, tempo di guerre annunciate e dichiarate, tempo di falò  e di ceneri che il vento non disperde.

Accendi la radio poi il televisore, ti connetti guardandoti intorno – le notizie del mattino, le prime pagine dei giornali, i richiami del mondo –   e non ti trovi: non è il tuo, il mondo che vedi e che fa tanto rumore.

Lo specchio grande dalla cornice dorata riporta la ruga nuova, gli occhi sbiaditi che vedono meno lontano, le occhiaie crateri di tante mancanze, la pelle un po’ flaccida delle notti insonni passate a pensare: c’è un’ aria di freddo, fuori, ed il calore della stanza non basta a cacciarla.

Rari passanti vanno veloci sulla strada, non si fermano a salutare, solo un cenno del capo poi via: a casa c’è modo di inveire contro tutto e contro tutti, seduti comodi davanti ad uno schermo che svela senza mostrare.

Nessuna immagine nuova, non un quadro, non un disegno: si è sciolta la brina dai tetti, splendono le foglie larghe delle siepi di lauroceraso, brilla ora il brullo terreno invernale.

P.S.: scusate, ma ieri mi sono cancellata da un gruppo ormai lontanissimo 
dallo scopo per cui era nato... 
e guardo con triste amarezza il mondo che mi circonda,
questo mondo che è l'oggi.
Passerà, ma oggi sto meglio qui che nel reale.
 

Vennero i freddi

Vennero i freddi,
con bianchi pennacchi e azzurre spade
spopolarono le contrade.
Il riverbero dei fuochi splendé calmo nei vetri.
La luna era sugli spogli orti invernali.


A. Bertolucci

Luna d’inverno

Buio, un ansito gelido che stringe il petto mentre esci e vai verso l’auto, stasera.

Nel cielo la luna trascolora e si nasconde dietro a qualche ditata di nubi grigie; sarà neve – da qualche parte, forse, cadranno i bianchi fiocchi a coprire la terra e a scaldarne il cuore segreto – chissà dove.

Rabbrividisci, ed intanto sali in macchina, accendi il motore, riprendi il fiato impacciato che si era ritratto dentro di te e respiri. Si srotola l’asfalto scuro sotto le ruote nere, passano gli alberi scheletrici, passano i lampioni; lungo il viale verso la stazione qualche raro passante cammina svelto. Poi, la strada è deserta –  illuminata appena –  e mostra un volto stanco, sfatto, un volto di donna che invano ha troppo atteso.

Ora la luna è quasi disparsa; l’ansito è più gelido e stringe di più il petto. Un gatto svolta veloce dietro una casa, è un lampo nero che indovini quasi senza vederlo.

Metti al sicuro l’auto, nel calore del suo garage, ti chiudi alle spalle la porta di casa; lo spicchio di luna che ancora resta manda un bagliore pulsante oltre il vetro della tua stanza.

Dormi subito, riposa. Buona notte, spegni le luci.

Quadri di Viktoria Prischedko 

Luna d’inverno

Luna d’inverno che dal melograno
per i vetri di casa filtri lenta
sui miei sonni veloci di ladro
sempre inseguito e sempre per partire.
Come un velo di lacrime t’appanna
e presto l’ora suonerà…
Lontano
oltre le nostre sponde, oltre le magre
stagioni che con moto di marea
mortalmente stancandoci ci esaltano
e ci umiliano, poi splenderai lieta
tu, insegna d’oro all’ultima locanda
lampada sopra il desco incorruttibile
al cui chiarore ad uno ad uno
i visi in cerchio rivedrò che un turbine
vuoto e crudele mi cancella

Maria Luisa Spaziani