Difficile la vita


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Un mondo plurale, complesso, liquido, così lo definiscono i filosofi.
Una società che lascia sempre meno spazio a chi è sensibile, attento agli altri, educato e gentile.
Il percorrere la vita sgomitando, scalciando, spingendo èer ricavarsi un poco di spazio.
Uomini e donne che vivono sempre più velocemente – lavorare fare competere non sbagliare primeggiare – , bambini che non hanno  tempo libero –  compiti lezioni scolastiche sport attività più o meno organizzate -.
Una corsa contro il tempo, una discesa verso qualcosa che non si sa bene cosa sia.
E allora la sensazione continua, oppressiva, di non farcela, di non riuscire.
Una vita senza riflettere perchè troppe sono le richieste, i bisogni, le necessità.
E allora l’ansia, la paura:  depressione, crisi di panico,  l’incapacità di godere appieno dei giorni della vita.

Noi, sempre più in bilico tra disagio e malattia

Tuttoscienze, 12/02/2014

Cambia l’approccio: la psiche ha bisogno di attenzione in ogni età della vita

stefano rizzato
Un’umanità che vive più a lungo ed è più stressata, che subisce stimoli contraddittori, crisi materiali e spirituali, climi e tecnologie che cambiano rapidamente. Eccola, la sfida, ciò che sta spingendo anche la psichiatria a cambiare, ad allontanarsi dagli schemi tradizionali, a provare a stare al passo della società liquida.

«C’è una strada obbligata: ridare unità alle nostre ricerche e competenze, trovare una visione d’insieme, essere aperti a interventi e approcci meno convenzionali». La proposta viene da Filippo Bogetto, docente dell’Università di Torino e presidente della Sopsi, la Società italiana di psicopatologia che proprio oggi – e fino a sabato – si riunisce a Torino per il 18° congresso.

 «L’incidenza delle psicosi “classiche”, dalla schizofrenia al disturbo bipolare, in realtà non sta aumentando – dice Bogetto -. Però si sta allargando la sfera dei cosiddetti disturbi “sottosoglia”, condizioni a metà strada tra malattia e normale disagio, che si manifestano in modo incompleto e pongono una grande sfida sia a livello di diagnosi sia di cura». È una metamorfosi che riguarda soprattutto la depressione, il male oscuro che colpisce 350 milioni di persone nel mondo e che – secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – entro il 2020 è destinata a diventare la seconda malattia più diffusa, dopo le patologie cardiovascolari.

Più della metà della patologie mentali – spiega l’Oms – emerge all’età di 14 anni. Ed è proprio questo dato che, secondo Bogetto, deve innescare un grande cambiamento: «Bisogna abbattere le barriere tra la psicopatologia infantile, tradizionale e geriatrica. Sono mondi che finora hanno lavorato a compartimenti stagni, ma ormai è dimostrato quanto sia fondamentale curare un disturbo per tempo: abbiamo il dovere di arrestare un processo prima che degeneri verso la malattia».

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Intitolato «La psicopatologia e le età della vita», il congresso della Sopsi prova così a promuovere un approccio diverso: non solo curare un disturbo così com’è, nel momento e nei modi in cui si manifesta, ma osservarne l’evoluzione attraverso gli anni. «È la direzione indicata da tanti studi recenti, anche a livello internazionale – prosegue lo studioso -. Vale per la depressione, ma anche per malattie più gravi come la schizofrenia. Che passa da una fase pre-morbosa nell’infanzia, con disturbi cognitivi o deficit di socialità e relazione, si manifesta con sintomi lievi ed episodici nell’adolescenza e poi sfocia nella fase psicotica vera e propria. È chiaro: interrompere questo processo è importante e per farlo si deve agire presto».

Nel nuovo approccio non mancano i rischi. Prima di tutto quello di esagerare con le diagnosi precoci e interferire in modo sbagliato nella crescita di un bambino. «Su quest’aspetto si discute molto – ammette Bogetto -. Di certo è sbagliato etichettare troppo presto un bambino o un adolescente. Ma lo è anche «far sfogare i suoi sintomi senza curarli, come si faceva una volta. L’equilibrio può essere questo: sfruttare le nuove conoscenze sul decorso e sui vari stadi di un disturbo per capire se il ragazzo è a rischio. E poi decidere l’intervento caso per caso».

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La rottura rispetto all’approccio tradizionale è particolarmente indicata proprio per gli adolescenti, soprattutto quando a complicare il quadro ci sono l’abuso di alcool o di altre sostanze. «In gran parte dei casi – spiega il professore – ci si trova davanti a personalità irrequiete, con le quali bisogna costruire un’alleanza profonda. Un impegno che deve coinvolgere anche insegnanti, psicologi, allenatori e così via. Anche l’uso di farmaci non dev’essere un tabù: se ne parla troppo spesso come di veleni inutili, ma sotto lo stretto controllo di uno specialista – e non certo come rimedio fai-da-te per ansie passeggere – possono essere un rimedio efficace».

Il principio vale anche all’altro estremo, gli anziani. Anche a loro la psichiatria ha iniziato a dedicare una nuova attenzione, rifiutando l’idea che vecchiaia e infelicità debbano essere sinonimi. «Il fatto che si viva più a lungo – conclude Bogetto – spesso significa sopportare per più tempo il disagio di una malattia. Ma i problemi psichici si possono curare anche in età avanzata e, per fortuna, oggi anche questo è meno tabù di un tempo».

 

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