MATTINA PRESTO

Sulla terrazza il colore dell’alba si nota appena: rosato, quasi giallo, sprazzi di azzurro. Non ti ferisce la mano la tazzina del caffè ancora calda che stringi nel palmo, non ti disturba il canto degli uccelli che dai tetti si chiamano e gioiscono.

Sarà una bella giornata: calda appena per uscire con le braccia e le gambe nude, fresca tanto da sentire brevi brividi sulla pelle quando sarai dalla fontana e immergerai le mani – le tue mani – nell’acqua che scorre e bagna.

Spalanchi tutte le finestre della casa e fai entrare il giorno, cacci i dubbi e le paure della notte appena trascorsa. Lasci che l’aroma del caffè colmi anche l’aria fuori e si mescoli con il profumo dolce dei tigli.

Lalolle ha acceso la radio mentre fa la doccia, ascolta una musica dal ritmo rotto, non ne capisci le parole, ma gli stacchi del tempo si compongono in una nuova armonia che ti piace, ti piace davvero.

Il cane dei vicini abbaia, aspetta la passeggiata mattutina, il solito giro dopo una notte troppo lunga; passeggia sul davanzale un gatto nella casa di fronte.

C’è il silenzio buono delle cose, il rumore consueto e amato delle mattine d’estate quando la giornata che verrà si ferma sul limitare: la notte è finita, il giorno sta per arrivare ma non è ancora cominciato.

Puoi pensare piano, senza fare rumore, puoi ascoltare il richiamo della tortorella, il sibilo di un’arrotatrice che arriva da chissà dove. Puoi sentire Ice che cammina per casa scivolando silenziosa fra le stanze, puoi lasciarti passare un po’ di tempo intorno mentre annaffi le surfinie, controlli se i panni stesi sono asciutti.

Comincerà la giornata, fra poco, si spaccheranno i rumori veri contro le tue orecchie e dovrai farti forte e paziente, farti altro da te. Dovrai camminare e sorridere, rispondere e parlare, dovrai incontrare la gente.

Ora però, ancora, il colore dell’alba si nota appena: c’è ancora tempo, hai ancora il tuo spazio.

Gli altri sono troppi, per me.
Ho un cuore eremita. Sono
impastata di silenzio e di vento.
Sono antica.
Mi pento ogni volta che vado
lontano dal mio stare lento
nelle velocità della sera, nelle auto schizzate
di pianto. Col loro buio abitacolo.
E se sfreccio a volte
sulla modesta moto, è per cantare
a gola stesa l’ultimo del paradiso
fare il mio guizzo pericoloso
con tutto quel vento nel petto
seminare parole beate
nel panorama nervoso.

Mariangela Gualtieri

MARTEDI’ VENTIQUATTRO FEBBRAIO, MATTINA

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La sveglia che suona alla solita ora, il sole timido di febbraio che filtra appena fra le strisce delle tapparelle, il silenzio.

La sveglia che suona ma non ti devi alzare, stamani.

Ti giri nel letto  tenendo ancora chiusi gli occhi, allunghi le gambe, ti copri di più; calore buono, profumo di casa, rumori lontani sulla strada.

Spegni la sveglia, forse dormi ancora un poco, chissà…

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C’è la gatta che sale sul letto, coda ritta, le fusa, il suo strusciarsi nei tuoi capelli.

Martedì ventiquattro febbraio, il silenzio – la quiete di una casa vuota, senza i suoi abitanti consueti – un tempo lento tutto da assaporare.

C’è un tepore lieve, fragrante di riposo e di tranquillità, nel letto. L’orologio non si muove, stamane, il tempo per ora non conta.

La gatta ti guarda, fa un breve passaggio sui libri che tieni sul comodino, a portata di mano,  poi si sdraia accanto a te.

Le piace il tempo lento, le piace il tepore del letto. Forse anche le piaci tu, ma coi gatti, chi sa…

Ora dorme anche lei.

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Un’altra casa, un altro letto, un altro corpo accanto; il calore di una pelle diversa dalla tua, il sole.

C’era il mare, davanti che sembrava entrare dalla finestra, attraverso i vetri chiusi. Era un’altra casa, un altro letto, un’altra vita. Era una storia diversa da questa, era più breve più veloce, era tempo ormai passato.

Ricordi: neppure tu ricordi bene quando, dove, se davvero hai vissuto quell’altra casa quell’altro letto. Quell’altra vita.

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Poi, alzi le tapparelle, fai entrare a fiotti il colore del giorno, prepari il caffè. Cammini avvolta nel pigiama blu,  trascinando le ciabatte come fossi una vecchia, un po’ stanca.

E’ soltanto avere tempo, prenderti un po’ di tempo.

Colazione seduta con il libro che pensavi da mesi di cominciare, la radio in sottofondo e notizie che non ti interessa ascoltare, ti serve aver  tempo per pensare più piano.

Ritrovare radici e foglie ferme anche nel vento, ritrovare l’asperità del tronco: riprendere in mano la tua voglia di intrecciare parole; temevi d’averla persa ormai.

Martedì ventiquattro febbraio, mattina.

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– Così veloce si accumula la vita che non ho il tempo di registrare l’ammucchiarsi, ugualmente veloce, delle riflessioni, che annoto sempre come mi vengono, per inserirle poi qui.

Virginia Woolf, mercoledì 19 marzo 1919

(Per le foto mi sto attrezzando, dei 10 ladri qualcuno l’ho cacciato… )