Primo giugno: non passa giorno che non ricordi

Le mani callose e forti, dalle unghie quadre tagliate corte, la schiena dritta anche da vecchio, i capelli grigio ferro ancora ricci – prima se ne faceva vanto – . Grigi anche gli occhi: nessuno in famiglia dopo di lui ha avuto lo stesso colore, nessuno.

La voce che non si alzava mai, il coraggio di prendere la vita guardandola negli occhi anche se si accaniva maligna, la voglia generosa di non tirarsi mai indietro, il sorriso facile. Bastava guardarlo per capire quanto amava la vita, quanto ne era pieno.

Non  fu  l’ultima volta, lo sai bene, ma quella volta era in piedi sul piazzale con un giaccone grigio un po’ liso, le mani nelle tasche a contrastare il freddo, e negli occhi aveva già la partenza verso le sue colline, verso i campi, verso Langa, verso l’addio.

Più di dieci anni sono passati, innumerevoli inverni, lunghe estati calde, campi di papaveri e di grano, qualche spruzzata di neve, venti freddi che accapponano la pelle, ma non passa giorno che non ricordi.

A mio padre 

Se mi tornassi questa sera accanto

lungo la via dove scende l’ombra

azzurra già che sembra primavera,

per dirti quanto è buio il mondo e come

ai nostri sogni in libertà s’accenda

di speranze di poveri di cielo

io troverei un pianto da bambino

e gli occhi aperti di sorriso, neri

neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,

un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.

Ora alla terra è un’ombra la memoria

della tua voce che diceva ai figli:

– Com’è bella notte e com’è buona

ad amarci così con l’aria in piena

fin dentro al sonno – Tu vedevi il mondo

nel plenilunio sporgere a quel cielo,

gli uomini incamminati verso l’alba.

 

Alfonso Gatto

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Ed e’ notte, ancora

L’eterna giornata torrida di fine luglio ha lasciato posto ad una sera quieta, al fresco ristoro del vento leggero che muove appena le foglie.
La collina verde ha perso il suo colore ed è nera, ora. Soltanto due luci vicine, sorelle nello stretto spazio fra gli alberi, rompono il buio. Si spegneranno insieme, più tardi, affievolendosi piano quando la notte avanzerà dal bosco.
Ed è il bosco che segna il contorno della collina, il suo segno contro il cielo, nero anch’esso ma di un altro nero. Una nuvola passa dietro, forse un po’ timida, così va presto a nascondersi dietro la collina. Poco in alto, una stella trema, sola in quel tratto di cielo.
Le altre sono più in là, verso la Liguria, a sud, e si stringono fra di loro aspettando la notte.
La luna risplende quasi al colmo e guarda giù stupita la follia del mondo.
Passa una moto sulla strada, si fa silenzio, e dopo si sgrana il rosario delle auto. Silenzio, di nuovo silenzio, ma dura un attimo appena. Si accende la voce di un televisore, parla qualcuno nella casa di fronte senza aspettare risposta, tace.
Un bambino urla a sua madre una litania di stanchezza e di sonno, poi si quieta: dorme.

Quella notte, l’ultima prima di partire, dopo l’amore cercasti il fresco profumo della montagna uscendo  sul balcone. Lui ti teneva stretta e additava le stelle, sopra il Sassolungo.

Non vi stancavate mai: non bastava la notte, era troppo breve il giorno. Era proprio la pelle –  la tua e la sua – che non smetteva mai di cercare quella dell’altro.

Quella notte splendeva la luna quasi al colmo e guardava giù stupita le sue carezze, i tuoi baci. La vallata si apriva davanti al balcone ed il cielo era immenso, sopra il Sassolungo.

La sera quieta diviene notte piena ed il vento si fa più forte; ristora, anche se è un vento caldo che opprime un poco gli alberi, che stanca fra i capelli. La collina nera palpita, le due luci sorelle si spengono. Tace il rosario delle auto lungo la statale: ne passa una ogni tanto, sempre più di rado … Si spengono una ad una le luci delle case, si affievoliscono le voci che divengono bisbigli, sussurri nel buio. Sul terrazzo ora c’è una brezza leggera che muove il telo delle sdraio ancora aperte; le mattonelle roventi, provate dalla calura del  giorno che non si è del tutto spento, riscaldano la pianta del tuo piede mentre cammini e ti appoggi alla ringhiera.

L’indomani lasciaste Selva sul presto, quando ancora la valle si svegliava. Nuvole bianche velavano ormai il sole e promettevano pioggia. In pianura però luglio bruciava ancora l’asfalto, e all’autogrill la lunga coda dei tedeschi assetati che scendevano verso il mare faceva interminabili file alla cassa. Non trovaste un parcheggio all’ombra, non trovaste posto per sedervi.

Poesia d’ amore

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare,
dal vento che pare l’anima.

E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi,
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi ochhi.

E il bacio che cerco è l’anima.

ALFONSO GATTO

Pomeriggio, dieci di luglio

Fuori, il cippicìo degli uccelli piccoli –  passeri, cutrettole, usignoli, forse rondini, chissà – nascosti fra i rami dei carpini lungo il viale –  che si intrecciano con il gorgheggio più fondo di quei merlotti che sui tetti han fatto il loro nido; in casa, Fontane di Roma di Ottorino Respighi.

La fontana di Trevi al meriggio ti colma le stanze, ti invoglia al lavoro che meno ami: spazzare spolverare passare lo straccio, svelta una lavatrice di capi scuri poi stenderli ed un’altra piena di asciugamani colorati subito dopo. Impegni domestici da rimandare, procrastinarne la risoluzione, ottimizzarne il dato di fatto. Rassegnarsi e farli quando proprio non puoi farne a meno.

Sono suoni più suoni, ancora suoni: cinguettii che rilanciano clarinetti, violini che sovrastano l’aspirapolvere e fuori, aranciato, il pomeriggio d’estate; il sole un po’ velato – oggi – e diviene così impellente la voglia di uscire con un libro, per andare in giardino sulla sedia a sdraio, un po’ ricordi antichi, un po’ bisogno di frescura. Attesa dei segni, ricordi di quando da bambina lavoravi all’uncinetto seduta in cortile all’ombra dei noccioli e si stemperava la calura tra le fronde.

Fuori, il cippicìo degli uccelli piccoli –  passeri, cutrettole, usignoli, forse rondini, chissà – nascosti fra i rami delle gaggìe che crescevano lungo il fiume e  si intrecciavano con il gracidìo di rane nascoste nella melma quasi asciutta. Libellule assetate  contendevano sorsi d’acqua ai moscerini.

Era lungo il fiume che passavi il pomeriggio, con le amiche, a tredici anni. Il sole tremolava tra le fronde, batteva contro la pelle esposta, giocava se ti nascondevi e ti sdraiavi sull’erba un po’ paurosa per le bisce, che le risate e le chiacchiere però allontanavano. Pomeriggi lunghi, di calura, di soffoco lungo lo stradone e di odore acre dall’asfalto.

Erano suoni più suoni, ancora suoni: cinguettii che rilanciavano canzoni a squarciagola, lo sciabordare dell’onda fra le caviglie, la ricerca dell’isoletta in mezzo al fiume e ancora le risate. Una bottiglia d’acqua ormai tiepida con acqua e sciroppo di ciliegie, pane e marmellata, le formiche che arrivavano in lunghe file giudiziose a cercare le briciole nascoste sotto i sassi. Poi, il campo di grano maturo con ai bordi papaveri e qualche fiordaliso, sulla strada in salita verso casa.

Quadri di Mary Cassat

L’Estate sui campi

Splende a distesa il giorno
rosato alla pianura,
la tremula calura
richiama a lungo intorno
dall’alto il visibilio
dei passeri nel sole.
…Il grano trema e nere
si schiudono farfalle
all’afa azzurra; d’oro,
riversa a quel ristoro
di luce, nelle gialle
stoppie bisbiglia l’aria…
…Così morbido e solo
scorre sul fiume il verde
silenzio che alle valli
odoroso si perde.
Restano i campi gialli,
monotona campagna
dei grilli e della sera…

ALFONSO GATTO