SAN VALENTINO

pergolato

Se penso all’amore, lo chiamo Valerio. Alto, bruno, bellissimo: lunghe gambe sempre inguainate nei jeans sdruciti che tanto usavano allora, quando avevo quindici anni. Usano ancora?

Li portano sempre i ragazzi, anche oggi, ma forse a quel tempo davvero significavano libertà: fuggire dalle case dei paesi e dall’odore della minestra di verdura che facevano le madri quasi ogni sera, in Piemonte; scappare dai padri che si lamentavano dei figli:”Dammi una mano nella vigna, va’!”, per poi scendere in città ed andare in discoteca, fumare di nascosto appoggiati al  muro  vecchio del Municipio, aspettare quella ragazza, proprio quella, che passava di là.

Chissà che fine ha fatto, dove vive i suoi giorni: quasi sessant’anni, forse calvo, di certo con i capelli ormai bianchi e le rughe sotto gli occhi, il corpo appesantito.

Quel corpo:  agile, le spalle larghe, i fianchi e le gambe inguainati nei jeans; Valerio.

Meglio non rivederlo, e se lo si incontra non riconoscerlo, l’amore dei quindici anni; il ragazzo bellissimo, il più bello di tutti – bruno con gli occhi neri e le ciglia lunghe, gambe infinite sognate, labbra serie sorridenti baciate continuamente nei pensieri che si arrotolavano sempre intorno a lui,  denti bianchi  barba morbida sulle guance – è ancora appoggiato al muro vecchio del Municipio, fuma ed attende: prima o poi quella, proprio quella, passerà.

Se penso all’amore è una breve poesia di Daria Menicanti che ho in mente per prima:

Non ti domando

da Poesie per un passante 1969-1976 (1978)

Non ti domando sicurezze, mai
con te ho pensato a un amore routine
Se torni, quando torni per favore
non dirmelo. Son queste le cose
che non voglio sapere, che so.
Tu bada a non farmi promesse
io a non chiederne.

Non so neppure bene perchè, nè da quando la so, nè quando l’ho letta eppure è una di quelle poesie che non dimentichi e ti girano nella mente ogni tanto; quando penso all’amore, in questo caso.

Se penso all’amore, se penso ai miei quindici anni perchè era allora la scoperta, l’emozione, la paura, penso a Valerio.

E alle poesie d’amore di Daria Menicanti.

DARIA MENICANTI

Un autoritratto di Daria Menicanti

Poetessa quasi sconosciuta ma secondo me molto brava. Molto poco è stato scritto su di lei, pochissimo sulla sua poetica.

Mi viene in aiuto, come sempre, wikipedia: per fortuna c’è; facile, veloce, informata su tutto, a volte scarsamente documentata e non del tutto attendibile, ma è libera, ed è questo che conta.

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Daria Menicanti è nata nel 1914 a Piacenza da padre toscano e madre fiumana; vivrà però a Milano, dove frequenta il Liceo classico Giovanni Berchet, e sostiene l’esame di maturità nel luglio 1932.

Si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia e si laurea con Antonio Banfi nel luglio 1937 discutendo una tesi dedicata all’analisi della poetica e della poesia di John Keats. Nello stesso anno consegue l’abilitazione all’insegnamento medio (sarà per tutta la vita insegnante) e sposa Giulio Preti, dando vita a un matrimonio che terminerà nel 1954, anche se il suo rapporto con il filosofo pavese durerà tutta la vita.

Nel 1964 pubblica la sua prima raccolta poetica, “Città come” che le vale il premio Carducci nel 1965.

Seguiranno “Un nero d’ombra” (1969) e “Poesie per un passante” (1978). Successivamente pubblica nel 1986 “Altri amici” e “Ferragosto”. Infine nel 1990 esce “Ultimo quarto”.

Dal 1939 al 1979 effettua un’ intensa attività di traduzione dall’Inglese di autori come Joyce e Sylvia Plath.

Muore per un tumore alla gola, in una casa di cura di Mozzate in provincia di Como, il 4 gennaio 1995.

Poetessa e traduttrice, risente della cultura europea ricevuta negli anni Trenta presso l’Università di Milano; incline alla riflessione filosofica,  rivolge la propria attenzione di traduttrice verso le contemporanee letterature straniere.

Amica di Antonia Pozzi, Lalla Romano e Vittorio Sereni, condivide con loro un certo senso della parola, una raffinatezza del lessico, una cura attenta alla sintassi.

A connotare la sua scrittura e a distanziarla da altre esperienze coeve è la lucidità, che si rivela anche a livello tecnico. Poesia che, pur apparentemente distante agli eventi storici e politici che fanno da sfondo alla sua vita, intende dare ascolto a tutta la realtà, animali e piante compresi. Purtroppo poco conosciuta e sottovalutata dalla critica, è secondo me una delle più interessanti voci della poesia contemporanea.

E’ però una voce di donna, così nella storia della letteratura non c’è: lei come tante voci femminili, è una voce che da non ascoltare.

Qualche volta compare nelle antologie, ma molto raramente e non ha titolo per essere menzionata accanto a tanti altri poeti,  minori ma uomini.

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Silvia Sereni, figlia di Vittorio, così scrive: “Di lei mi colpiva lo sguardo aguzzo e azzurro da dietro le lenti degli occhiali, la lingua toscaneggiante (diceva spesso costì, colà, modi che avevo letto solo in Dante), il modo leggermente sarcastico, ma niente affatto maligno di guardare alle debolezze umane («povera bestia», diceva a volte di questo o di quella, come comprendendo tutti, compresa se stessa, in un unico destino di viventi). E poi c’era il lato che oggi si chiamerebbe banalmente animalista, il suo amore per le piante e gli animali che secondo me aveva, anzi ha, in comune con altre scrittrici, a cominciare da Anna Maria Ortese. Non era solo amare la natura, era guardare il mondo come qualcosa di cui l’uomo fa parte essendone però appunto soltanto una piccola parte. Perché poi c’è l’infinito, lo spazio, il mondo che sta oltre.” (Una poetessa di riscoprire)

Epigramma per il cuore                                                                                                                                                 

Se il cuore è innamorato
il fracasso che fa.
Io non capisco come mai la gente
non se ne avveda mentre quello va
tambureggiando sospeso nel petto
e non sosti interdetta a domandarsi
qual che si sia e chi fa.

L’amore (non) è eterno.

Non può durare. Certo non durerà.
Si attacca l’amore smaniando
al tuo corpo bruciante e corre ad altre,
eterno solo in questa sua vicenda.
Il resto che si dice è peste e corna
di poveri poeti.

Prima e dopo 

Prima di te l’eterno e dopo te l’eterno.                                                                                                                                                                                          E tu nel mezzo, un dito di vita da bere in un colpo

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Ma l’amore non è soltanto questo: è la voglia e la paura, il pensiero ricorrente, giovane e vitale anche se il tempo passa: sempre nuovo, sempre fresco, colmo di gioia e di dolore, sempre pieno di attesa.

Ed ancora una volta è lei, Maria Luisa Spaziani, che da voce alle immagini che connotano per me l’amore, ad ogni età: oggi come è stato ieri e come sarà  – forse – domani.

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Entro in questo amore come in una cattedrale  di Maria Luisa Spaziani

Entro in questo amore come in una cattedrale,
come in un ventre oscuro di balena.
Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte
scende un corale antico che è fuso alla mia voce.

Tu, scelto a caso dalla sorte, ora sei l’unico,
il padre, il figlio, l’angelo e il demonio.
Mi immergo a fondo in te, il più essenziale abbraccio,
e le tue labbra restano evanescenti sogni.

Prima di entrare nella grande navata,
vivevo lieta, ero contenta di poco.
Ma il tuo fascio di luce, come un’immensa spada,
relega nel nulla tutto quanto non sei.

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Forse nevica…

Sono giorni che si dice nevica, sono giorni che si aspetta, che ci si prepara.

Ma è solo la pioggia, un vento che penetra nelle ossa, freddo intorno, brina sugli alberi.

La neve in città si sporca subito, lascia un senso di malinconia;  si inzaccherano le scarpe, le auto schizzano ovunque.

Vorresti meno freddo, meno vento che penetra nelle ossa, meno brina intorno.

Vorresti la neve asciutta di montagna, guardarla dalla finestra accanto al camino, la neve secca che scalfisci appena camminando.

Era davanti alla stazione, erano secoli fa: la neve era caduta abbondante, l’avevano tolta per fare passaggi ma era un bianco muro alto che nascondeva agli occhi.

Eri tu, era lui, era la neve.

E’ un ricordo, è passato, ormai.

GABRIELA MISTRAL – E’ scesa la neve

E’ scesa la neve, divina creatura,
a visitare la valle.
E’ scesa la neve, sposa della stella,
guardiamola cadere:
Dolce! Giunge senza rumore, come gli esseri soavi
che temono di far male.
Così scende la luna, così scendono i sogni….
guardiamola scendere.
Pura! Guarda la valle tua, come sta ricamandola
di gelsomino soffice.
Ha così dolci dita, così lievi e sottili,
che sfiorano senza toccare.

UMBERTO SABA – Neve

Neve che turbini in alto e avvolgi
le cose di un tacito manto.
Neve che cadi dall’alto e noi copri
coprici ancora,all’infinito: imbianca
la città con le case, con le chiese,
il porto con le navi,
le distese dei prati…..

 


cipi

2 febbraio

Forse perchè ieri è cominciato Carnevale, forse perchè l’influenza se ne è andata, forse perchè il sole comincia a scaldare, gli uccelli a cantare; ti senti meglio, hai voglia di camminare.

Sarà che prevedono neve, domani o che gli uccellini sono venuti sul terrazzo a mangiare le briciole ed hai piantato le primule nei vasi… sarà che prima o poi si ricomincia.

Forse perchè…

Sarà…

E così ti sei comprata un vestito leggero, un fard colore di pesca, due smalti ( il rouge-noir non lo metterai, forse, però lo adori). Spazzolerai l’inverno dal tuo viso, pulirai la casa, passeggerai sotto il sole.

Forse riderai.

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Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

Pablo Neruda

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27 GENNAIO 2015

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Era d’inverno, era come domani: faceva freddo, ad Auschwitz.

Fa sempre freddo quando la crudeltà dell’uomo si rivolge verso l’altro uomo,                             quando la passione delle parole sovrasta la riflessione e la ragione,                                               quando non è la vita che prevale ma l’arroganza di chi crede di avere più valore.

Era d’inverno, era come domani ed i soldati russi entrarono ad Auschwitz.                                          Da allora l’orrore si aggiunge all’orrore perché infinite sono ormai le pagine sulla Shoa,                      ed ogni volta una scoperta diviene occasione per saperne di più, quando non vorresti;            tanto basta, ormai: non vuoi più altro strazio.

Una pagina ancora poco esplorata, la musica delle donne nei lager.                                                C’erano, erano musiciste, ma di loro spesso è rimasto molto poco.                                                          Nei lager la vita è breve, generalmente, anche per gli artisti che  pure sanno riempire la vita di sogni, vivere tante esistenze loro stessi.

Muoiono anche loro, nei lager.

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 Ninna nanna nel lager

La diversità del femminile anche nello sterminio

Di Anna Foa, dall’Osservatore Romano, 2 maggio 2012

Alle dieci del mattino della giornata che Israele dedica alla commemorazione della Shoah ( Yom ha Shoah , quest’anno il 18 aprile), nel Paese suona per due minuti la sirena e tutti si fermano ad ascoltarla. La sera prima, in un piccolo teatro di Tel Aviv, ho assistito allo straordinario concerto «Una voce per la Shoah».

Erano canzoni composte da donne, canti strazianti sulla lontananza dagli esseri amati, ninne nanne, voci di speranza e di dolore estremo. A cantarle, con la sua magnifica voce di soprano, Charlette Shulamit Ottolenghi, nata in Italia e trasferitasi da tempo in Israele, che a questa produzione musicale ha già dedicato molta ricerca, esibendosi in tante occasioni (di recente in un concerto per la Giornata della memoria a Roma all’Università cattolica del Sacro Cuore).

Gli studi sulla musica concentrazionaria hanno avuto un forte sviluppo negli ultimi decenni, riportando alla luce carte e spartiti obliati nel tempo, ricostruendo le poche registrazioni esistenti, facendo rivivere brani composti e suonati nell’orrore dei campi, in attesa del trasporto nelle camere a gas. In Italia, un’opera di grande rilievo è stata svolta dal maestro Francesco Lotoro e dall’Istituto di letteratura musicale concentrazionaria di Barletta da lui creato.

È questo il materiale che Charlette Shulamit Ottolenghi ha utilizzato, accentuandone però, rispetto all’interpretazione datane da Lotoro, il carattere popolare. La cantante ha così scelto di essere accompagnata dalla fisarmonica, volendo rendere il carattere immediato di queste canzoni, legato alle emozioni quotidiane. Il risultato era di grande efficacia e la voce straordinaria di Ottolenghi trovava nell’accompagnamento folklorico uno struggente accostamento.

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La più nota tra le autrici di queste canzoni è Ilse Weber, ceca, morta a 41 anni ad Auschwitz dopo aver passato quasi due anni a Theresienstadt, la fortezza vicino Praga trasformata dai nazisti in qualcosa a metà fra un ghetto e un campo di transito, in cui furono lasciati sopravvivere per un po’ perfino i bambini e dove furono concentrati i musicisti ebrei dell’Europa centro-orientale, che vi composero e allestirono opere importanti. Quasi tutti quelli che passarono per Theresienstadt continuarono il viaggio verso il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ilse Weber era scrittrice di racconti per bambini, poetessa e musicista. Quando il marito fu selezionato per Auschwitz, decise volontariamente di seguirlo, con il suo bimbo. Lei e il piccolo furono subito gassati, mentre il marito sopravvisse. A Theresienstadt, Ilse compose una sessantina di poemi, musicandone alcuni. Fra quelli scelti per il concerto, quasi tutti in tedesco (Rita Baldoni sta curando una traduzione italiana), c’era una tenera ninna nanna in cui si immaginava vagare per Theresienstadt desiderando invano la casa e la libertà. Di lei, che era già una scrittrice nota, sono rimaste molte immagini, tra cui una bellissima mentre suona un mandolino. Un’altra autrice è Camilla Mohaupt, di cui non abbiamo nessuna notizia e di cui è rimasto solo il testo Lì dove il male dell’anima congela il cuore, ritrovato ad Auschwitz.

E poi Erika Taube, che nel 1942 a Theresienstadt compose un solo canto, Sei un bimbo come tanti altri, musicato dal marito Carlo. Era dedicato al loro bimbo, con loro a Theresienstadt e che con loro morì ad Auschwitz.

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E ancora, due canti in ceco di Ludmilla Peskarova, deportata a Ravensbruck e sopravvissuta.

Se sia possibile o meno definire una diversità di genere nell’ambito di uno sterminio della portata della Shoah è ancora questione aperta per gli storici. Ma come nella memorialistica femminile (in cui avvertiamo un’attenzione al corpo quasi assente nella scrittura dei deportati uomini), così in questi canti si colgono forme ed emozioni molto femminili, legate alla quotidianità, parole di rassicurazione e accudimento rivolte ai bambini, fossero essi presenti (come a Theresienstadt), o solo sognati (come ad Auschwitz).

Così, se lo sterminio fu uguale per tutti, se uguale fu la volontà di uccidere dei carnefici, il modo in cui tale immane violenza fu percepita da uomini e donne fu almeno in parte diverso.

Ascoltare queste voci di dolore ma anche di speranza aiuta a comprenderlo.

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ILSE WEBER (1903 – 1944)

Emigrantenlied – Il canto dell’emigrante

Ingoia le lacrime, stringi i denti al dolore, non dar retta alle ingiurie e alle umiliazioni,

mantieni ferrea la volontà, così sopravviverai alla sofferenza.

Tutto andrà per il meglio, tutto andrà per il meglio.

Sopporta con pazienza l’attesa, abbi fiducia nel futuro, non perdere il coraggio.

Il mondo tornerà ad essere un giardino.

Finirà l’ostilità, l’odio e la cupidigia svaniranno.

Il tuo nemico tornerà a chiamarti: Fratello, Uomo!

E ti porgerà la mano con vergogna.

E non sarai più solitario, in disparte quando gli altri gioiscono e ridono.

Anche per te il sole sorgerà, anche per te si risveglieranno gli uccellini.

Per te splenderà il sole, per te l’albero fiorirà, avrai di nuovo una patria, dei fratelli.

Il male svanirà come un incubo oscuro e la tua anima tornerà alla vita.

Wiegala – Ninna nanna

Ninna nanna, ninnosco, il vento spira nel bosco.

 Sfiora dolcemente il verde campo mentre l’usignolo intona il suo canto.

Ninna nanna, ninnosco, il vento spira nel bosco.

Ninna nanna, ninnerna, la luna è una lanterna e dal cielo, tenda oscura,

volge lo sguardo sull’intera natura.

Ninna nanna, ninnerna, la luna è una lanterna.

Ninna nanna, ninnondo, come mai il silenzio nel mondo.

Nessun suono disturba la dolce quiete, dormi, piccolo mio, ora dormi anche tu.

Ninna nanna, ninnondo, come mai il silenzio nel mondo.

Ade Kamerad – Addio compagno

Addio compagno, qui si dividono le nostre strade,

domani sarò lontano, me ne vado, mi cacciano da qui,

parto con il trasporto polacco.

Molte volte mi hai dato coraggio, sei stato buono e fedele, sempre pronto ad aiutare.

Una stretta della tua mano sapeva allontanare i pensieri nella nostra comune sofferenza.

Addio compagno, son triste per te, lasciarti mi è duro.

Non perdere il tuo coraggio, mi sei stato molto caro ed ora, non ci rivedremo mai più.

LUDMILA PESKAROVÁ (1890 – 1987)

Vánoční ukolébavka v Ravensbrücku 1944 – Canzoncina di Natale a Ravensbrück 1944

Nello splendore del sacro canto

l’anima si accora per la nostra lontana e sì amata patria,

sì che nella notte di Natale la nostra umile voce sempre risuona,

quando alla luce delle candele i nostri occhi bagnati di lacrime si illuminano …

Oggi abbiam sogni tranquilli, mia povera sorellina,

la nostra cara patria per noi tutti redenta, il nostro sogno natalizio,

così dolcemente variopinto, è che si abbrevino i tempi del disumano tormento!

EVA LIPPOLD (1909 – 1995)

Wiegenlied – Ninna nanna

Ora dormi bimbo mio e sogna dolcemente.

Dormi e cerca il paradiso, lì è sempre permesso giocare ed essere felice.

 Lì, bimbo mio, non sarai mai solo.

Dormi, bimbo mio, dormi, io veglio su di te, tu sogna per me …

Ora già dormi mio tesorino, un sonno così bello e profondo,

non meriti di vedere pianto e sofferenze,

ma tra poco i tuoi sonni non saranno così sereni e la tua vita, bimbo mio, sarà dura ed oscura.

Dormi, bimbo mio, dormi, io combatto per te,

dormi, bimbo mio, dormi e sogna per me

CARLO e ERIKA TAUBE (1897-1944) – (1913-1944)

Ein jüdisches Kind – Un bimbo ebreo (Text: Erika Taube Terezìn 1942)

Sei un bimbo come tanti altri, come tutti i bimbi del mondo,

 come tutti i tuoi compagni di gioco, eppure sei un bimbo diverso.

Sei un bimbo senza patria straniero in ogni città

e così sarai finché una parola: Patria non ti rianimerà,

finché una parola: patria non sarà del tutto tua.

CAMILLA MOHAUPT (?-?)

Auschwitzlied – Canto di Auschwitz

Tra il fiume Weichsel e il fiume Sola, tra paludi e postazioni,

catene e filo spinato si annida il KZ Auschwitz, nido maledetto

che i prigionieri odiano più della peste maligna. …

Lì, dove la malaria e il tifo ed altri mali,

lì, dove il male dell’anima congela il cuore,

lì, decine di migliaia sono prigionieri lontani dalla moglie e dai figli,

lì si vedono file e file di baracche costruite per mano dei prigionieri

che sotto la pioggia e la tempesta devono trascinare sabbia e mattoni.

Blocco dopo blocco essi erigono per le decine di migliaia di uomini che ancora arriveranno.

ILSE WEBER (1903 – 1944)

Kleines Wiegenlied – Una piccola ninna nanna

La notte si insinua nel ghetto così scuro ed immobile,

 dormi bimbo e dimentica tutto quello che ti circonda.

Posa il tuo piccolo capo nelle mie braccia,

dolce e caldo è il sonno vicino alla mamma.

Dormi bimbo, durante la notte possono succedere molte cose,

durante la notte possono svanire tutte le disgrazie.

Bimbo mio, dovrà venire il giorno in cui al tuo risveglio

vedrai come di notte è giunta la pace.

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LUOGHI D'AUTORE

Il Magazine del Turismo Letterario

Impressions chosen from another time

Frammenti di letteratura, poesia, impressioni

vivodipoesia

Ci sarà dentro di te, e al di là dell'orizzonte, una piccola poesia. Ci sarà, e forse esiste già, al di là dell'orizzonte, una poesia anche per te.

il bisogno di scrivere

Scrittore è chiunque scrive

Meet The Artists - Art Box

Impara l'arte e non metterla da parte. Anto.

Il mio angolo

Quando trovo in questo mio silenzio una parola scavata, è nella mia vita come un abisso(G.Ungaretti)

LA PULCIONA VAGABONDA

ovvero appunti di vita pulciona

Camera con vista

un bel posto da dove guardare il mondo

Spunti da asporto

(ho visto jene che chiedevano una sedia in prima fila)

Borninspring

Somewhere is always spring

Taccuino da altri mondi

Avrei voluto veder accadere cose nella mia vita. Sapevo che niente era come sembrava, ma non riuscivo a trovarne una prova.

rakuttendi.com

SELALU BANYAK BELAJAR DARI FAKTA DAN LOGIKA YANG BISA DI LAKUKAN DAN MENGANALISA UNTUK TUJUAN PERUBAHAN @RAKUTTENDI

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