Ventisette

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Sei gli abiti accatastati sulla sedia, buttati lì la sera prima quando ti sei alzata stanca dal divano a notte piena, dopo aver dormito un sonno buio e senza sogni, per andare a coricarti nel letto. Non avevi avuto la forza di far altro.

Sei il ciclamino appassito nel vaso sul terrazzo. L’avevi piantato nell’ autunno e poi dimenticato; ora è tardi per confortarlo con l’acqua fresca di bottiglia mescolata alle lacrime di questa mattina,  ventisette febbraio e il sole che nasce dietro ai tetti.

Sei l’orologio che singhiozza secondo per secondo il tempo perso a pensare sempre lo stesso pensiero.

Sei la molletta che si spacca mentre stendi una lunga sciarpa nera con qualche perla bianca ogni tanto.

Sei il grido dell’ uccello che passa in alto fuori veloce: non si ferma, non si ferma ed è il cielo che sussulta al suo volare.

Sei l’unghia dell’ anulare che si è spezzata e non fa male, ma raschia contro tutto ciò che incontra e tira fili.

È un vuoto colmo, il tuo, il sacchetto di naftalina che si è rotto ed ha sparsa tutto intorno una spessa polvere bianca odorosa.

E’ quando l’aria gelida della sera entra tra gli abiti, li gonfia e li percorre. Il sole del mezzogiorno invece scalda e riempie di oro il cielo. Una violetta chiara è nata tra marciapiede e asfalto, leva il viso in alto: sarà marzo, sarà primavera, saranno giornate lunghe e piene mentre sdraiata sulla sdraio anche tu guarderai  su l’azzurro.

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Sole dipinto su chiazze di neve
di tra gli alberi scarni. Le colline
si piegano soavi ad invocare
passi di giovinezza. È tardi, è tardi
ora e il riassaporarli amaro.
Ma è felicità nell’aria, e voglia
d’incontri ha il cuore per solinghe strade,
dove già forse qualche orma di primule
lascia coi nudi piedi primavera

SOLE DI FEBBRAIO
F. PASTRONCHI