E ti ricordi

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Quando ancora l’inverno era nel suo colmo, quando ancora il fiato sbiancava uscendo dalla tua bocca –  ed era gennaio, erano lontani i presagi di primavera, era l’infanzia o poco più – c’erano giorni in cui camminavi, ti lasciavi alle spalle il paese e camminavi verso il fiume o verso la collina. Un passo dietro l’altro, un giro breve oltre la chiesa, attorno al campo sportivo: dovunque andava bene.

Battevi il selciato con le scarpe e immaginavi la vita che si apriva: un sassolino, uno sterpo, un fossato da saltare di slancio. La fila affannata delle formiche, un cane che abbaiava più lontano, la persiana che sbatteva all’improvviso.

E ti ricordi, adesso, volti e voci. E ti ricordi odori, il sentore del freddo alle narici, il suono della sua voce che chiamava. Era appoggiato a quella siepe e ti aspettava, sapeva di freddo anche la sua sciarpa, l’interno del giaccone che ti accoglieva e ti scaldava. Lontano i tetti rossi, lontano gli alberi spogli: batteva freddo il sole la tua pelle, la rischiarava e baluginavano i suoi denti bianchi in quel sorriso.

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Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:                                              5

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

                                               Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Eugenio Montale

 

 

 

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E vengono i freddi

Luccica la brina sui tetti, mentre sale il sole, splende sulle foglie larghe delle siepi di lauroceraso; brilla, colpita dal freddo sole invernale, gocciola piano verso il terreno brullo.

Vorrebbe forse venire presto, la neve, scendere ricoprire nascondere questo tempo così spoglio che è oggi, dodici novembre duemilasedici; tempo vuoto, tempo nero, tempo di guerre annunciate e dichiarate, tempo di falò  e di ceneri che il vento non disperde.

Accendi la radio poi il televisore, ti connetti guardandoti intorno – le notizie del mattino, le prime pagine dei giornali, i richiami del mondo –   e non ti trovi: non è il tuo, il mondo che vedi e che fa tanto rumore.

Lo specchio grande dalla cornice dorata riporta la ruga nuova, gli occhi sbiaditi che vedono meno lontano, le occhiaie crateri di tante mancanze, la pelle un po’ flaccida delle notti insonni passate a pensare: c’è un’ aria di freddo, fuori, ed il calore della stanza non basta a cacciarla.

Rari passanti vanno veloci sulla strada, non si fermano a salutare, solo un cenno del capo poi via: a casa c’è modo di inveire contro tutto e contro tutti, seduti comodi davanti ad uno schermo che svela senza mostrare.

Nessuna immagine nuova, non un quadro, non un disegno: si è sciolta la brina dai tetti, splendono le foglie larghe delle siepi di lauroceraso, brilla ora il brullo terreno invernale.

P.S.: scusate, ma ieri mi sono cancellata da un gruppo ormai lontanissimo 
dallo scopo per cui era nato... 
e guardo con triste amarezza il mondo che mi circonda,
questo mondo che è l'oggi.
Passerà, ma oggi sto meglio qui che nel reale.
 

Vennero i freddi

Vennero i freddi,
con bianchi pennacchi e azzurre spade
spopolarono le contrade.
Il riverbero dei fuochi splendé calmo nei vetri.
La luna era sugli spogli orti invernali.


A. Bertolucci

ORA

 

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quindicifebbraio

Fuori c’è una neve inattesa che sbianca le colline, i campi, le strade.

Il freddo sembra crescere in questo febbraio duemilaquattordici che sa di dicembre, che ricorda gennaio.

Non è San Valentino, non è presagio di primavera, non è sole caldo sulla pelle.

Alzi i termosifoni, accendi le luci, ti metti una maglia in più. Il gatto dorme sul divano, il cielo è del colore della neve sui tetti,  unica pennellata, unico senso: monocromia.

E’ ormai il tempo di aprire i cassetti, di cercare nelle scatole nascoste in fondo agli armadi.               E’ ormai tempo di disperdere quel che negli anni si è accumulato e rischia la polvere.

Da domani, forse già da domani, cercherai, aprirai, disperderai.

… se troverai coraggio, se.

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PREGHIERA
Dammi il supremo coraggio dell’amore,
questa è la mia preghiera,
coraggio di parlare,
di agire, di soffrire,
di lasciare tutte le cose, o di essere lasciato solo.
Temperami con incarichi rischiosi, onorami con il dolore,
e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.
Dammi la suprema certezza nell’amore, e dell’amore,
questa è la mia preghiera,
la certezza che appartiene alla vita
nella morte, alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore, che accetta l’offesa, ma disdegna di ripagarla
con l’offesa.
Dammi la forza di Amare sempre e ad ogni costo.
K. GIBRAN
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quadridoro

16 Febbraio, su DELL’ARTE E DEGLI ARTISTI   

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