Primo gennaio

Sa di freddo sa di nebbia, questa terra di Langa, oggi primo gennaio duemilasedici.

Non s’è mostrato, il sole; si condensa il fiato tra le labbra se respiri.

Le nuvole velano un cielo grigio: presagio di neve, forse; si accendono intanto – ancora – le luminarie di Natale.

Ti rivolgi allo specchio, ti sorridi: sarà quest’anno, sarà. Poi t’incanti a guardare dalla finestra le colline, dove si affaccia il Monferrato: un albero si accende, una finestra si illumina. Sarà quest’anno.

Il primo gennaio.

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

Eugenio Montale

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Pomeriggio

Le tapparelle quasi chiuse, il ventilatore: la ricerca di un po’ di fresco, la quiete che non trovi e l’afa ti spossa, si attorcigliano i pensieri. Vanno lenti come volute di fumo, girano intorno sempre intorno solo intorno ad un unico senso ad un unico spazio.

Le tapparelle quasi chiuse ma il sole penetra e l’afa del pomeriggio ti sfianca. Rimani sdraiata ed intorno a te, intorno alla casa, non c’è altro che silenzio interrotto appena dal frinire delle cicale, dall’auto che passa sullo stradone, da quell’unico clacson che ti risveglia.

Ti eri assopita e non te n’eri accorta: la testa vuota, il cervello il pensiero chissà dove, lontani. Gli uccelli cantano anche loro la calura,  ti risuonano nella mente che lasci vagare lungo il fiume dei ricordi, acqua del passato che scorre lenta – limpida e fresca, almeno lei – ma non ti dà il sollievo che cercavi.

Batte forte il cuore, quasi manca mentre il pomeriggio si dipana giallo, aranciato a tratti poi marrone. Le ossa delle mani si sciolgono, il sogno vola via. Per poco, ma neppure sai per quanto, mentre dormivi sei stata in un altro tempo: i capelli corti i denti bianchi, le lunghe gonne a fiori e le magliette, il mondo da scoprire – poco più di vent’anni, il corpo magro e le gambe svelte –  voglia di correre avanti, senza voltarsi.

C’era la stessa afa la stessa calura, c’era uno stradone con le auto che acceleravano sul rettilineo; c’erano le colline più vicine, dolci colline di Langa e al confine quelle aspre del Monferrato verso Appennino. C’era un paese (due schiere di case tutte diverse attorno alla statale, i marciapiedi, qualche vaso di geranio al davanzale), quattro case, pochi gatti e pochi cani.  Era rosa,  la stazione, e passavano lunghi treni semivuoti.

Al mattino poco prima delle otto si partiva per il mare, sempre stessa spiaggia, sempre stesso costume. Il sole che bruciava tutto il giorno sulla pelle, l’acqua fresca, i panini con la sabbia… E tornare a casa la sera – sempre con lo stesso treno, la pelle più arrossata ogni giorno, gli asciugamani bagnati nella borsa di paglia – per poi tornare ad uscire dopo un’ora a prendere la frescura nella strada verso il fiume.

C’era la stessa afa la stessa calura, c’erano giornate di fine giugno e le vacanze per povera gente, le risate sul treno, la focaccia  strappata a morsi e le dita unte, le prime sigarette, la scuola finita, luglio ed agosto tutti da inventare e diciassette anni ancora da contare.

Tacciono gli uccelli, non friniscono più le cicale, si ferma il traffico dello stradone e lo specchio dell’ingresso ti rimanda, sconosciuta e sudata, i capelli scarmigliati, gli occhi segnati dall’afa che ti sfianca. Le parole del libro che avevi accanto si confondono e divengono lunghe file di formiche, la pelle dei polpacci tira forte e le macchie sulle mani sono il doppio. Dormi, affinchè domani il giorno nuovo ti accolga nuova, dormi con il respiro mozzato, l’afa che ti sfianca.

Ventinovegiugnoduemilaquindici, ore diciassette – più o meno –  e vai verso i cinquantasette anni ma non lo sai: soltanto lo dice il tuo viso; nel cuore l’età è tutta un’altra, nel pensiero anche. Quarant’anni sono passati e non te ne sei accorta.

Addosso al viso mi cadono le notti

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.

Patrizia Cavalli

Quadri di Vanessa Bell (1879-1961), sorella di Virginia Woolf