Venti marzo

Scurissimo blu, il cielo notturno; qualche stella pulsa: pare un richiamo, chissà dove batte, chissà quanto lontano. Gli alberi colmi di gemme che stanno per scoppiare muovono leggeri i loro rami, gracili dita tese verso l’alto. Fiorisce il pruno, la magnolia apre le bianche mani e le saettano attorno i pipistrelli, profuma appena il tronco dei carpini di un che di selvatico, l’odore dell’inverno che fugge.

Notte di marzo, ventesimo giorno, primavera.

La neve  quest’anno e‘ venuta tardi, e le colline più alte sono ancora imbiancate; dove il sole arriva poco scintilla ancora  e  gareggia coi fiori dei mandorli.

Frizzantina,  l’aria della notte colpisce le narici di un odore freddo e netto.

Ricomincerai le storie, riprenderai a scioglierle lungo i muri alti delle tue giornate: è stato lungo e troppo colmo, il tempo del silenzio, colmo di gemme come i rami dei carpini sotto casa. Volano uccelli notturni, ne senti appena il battito delle ali, abbaia un cane, ride forte un bambino.  Nel cuore urge il bisogno di tornare, di essere di nuovo qui. Riprendono i grovigli dentro il petto e la sola pace che sai è scriverli.

 

Un’impazienza d’ali, dentro di me, improvvisa.
È l’impulso del volo, se non ancora
la direzione del volo. Qualcosa
mi ha chiamata, qualcosa in me risponde.
Io che rispondo sono sconosciuta
a me stessa come la voce che mi chiama.

Margherita Guidacci

Non so dove arriverò

Fuori piove.

Scendono cupe ombre sulla casa, la ricolmano, ed è ormai necessario accendere tutte le luci, riscaldare le stanze dove l’umidità ristagna. Le imposte sono chiuse, ora: non filtra più luce dall’esterno. Serve qualche maglia, un piumone, le scarpe spesse, il trucco autunnale sul volto. Bisogna rassegnarsi all’ottobre, all’estate finita, alle nebbie e alle piogge. Serve rassegnarsi ed accontentarsi degli ultimi spazzi di sole prima dell’inverno, dimenticare il sole sulla pelle le carezze, gli sguardi chiari in un cielo limpido.

Non hai tempo, non hai tempo.

Vuoi per questo tutto il giorno dall’alba a sera, quando la stanchezza farà rigide le tue dita, piangenti gli occhi che troppo hanno guardato, liquida la mente che ha immaginato storie gesti luoghi, che ha intrecciato parole frasi.

Non è bastato tutto il giorno e stanotte sarai spossata per aver vissuto tutta quella vita che hai raccontato intrecciando parole e frasi, immaginando storie, gesti, luoghi; le dita sono rigide e sbagliano a battere sui tasti, gli occhi si confondono e piangono.

Vorresti ancora tempo, hai poco tempo.

E fra poco dovrai alzarti, prendere un libro, passare ad altro. La vita vera, il tuo lavoro quotidiano, sono in attesa. Allontanerai le storie ed i loro personaggi, spegnerai la luce, chiuderai la porta di questa stanza dove ora sei e dove scrivi; dalle finestre le stelle non si affacceranno, stasera, non ti racconteranno chi hanno incontrato cosa hanno veduto mentre solcavano il cielo. Sarà rimpianto, sarà nostalgia, ma non hai più tempo: si fa tardi, devi affrettarti se vuoi ancora riuscire a preparare il viaggio di  domani, è già tardi.

Adesso è notte, fuori piove.

Immagini di Catrin Welz-Stein (Arno), dal web

Scrivo parole ogni giorno.
Non so dove arriverò,
scrivendo.
So che potrei tacere.
Colui che sa, non parla.
Muto nel ventre del tempo
dove uomini gridano, anche.
Lo sguardo
basterà per comprendere e dire
quanto la voce non dice.
Sfioro ogni istante, ogni giorno
l’urlo e il tuono. Vivo intorno.
Potrei fermarmi e attendere.
In silenzio.

Margherita Guidacci

Clandestina scrittura

Le scuse le cerchi proprio tutte e le trovi, anche.

Alzarsi presto e andare a camminare: dalle nove  alle dieci e mezza può andare bene se prima hai cambiato la lettiera del gatto rifatto i letti bagnato i fiori, se hai riordinato la cucina fatto un paio di telefonate;  prepari il marsupio, gli occhiali da sole, la bottiglietta dell’acqua e percorri tutta la ciclabile andata e ritorno a passo svelto con Ice: la tua linea ne guadagnerà e le membra si faranno più sciolte, duttili quando serve …

La doccia è indispensabile, dopo, preparare pranzo pure.

Un’altra mattinata è andata, per fortuna: non hai proprio avuto tempo.

Pomeriggio di calura che come sempre opprime e ti sfianca.

L’orologio gira lento e segna il cinque di agosto che  sta passando tra le tue dita imbelli e sudate, incapaci di trovare i tasti giusti per dare suono ai tuoi strumenti:  troppo caldo per andare nello studio accendere il computer e scrivere le prime parole le prime frasi; batte il sole subito dopo il mezzogiorno contro la tapparella, manca l’aria nella piccola stanza, la libreria bianca –  colma di carte –  non lascia il più piccolo spazio ad  altro che non siano  libri scritti da altri.

Di sera non puoi: devi uscire perciò cambiati, truccati, pettinati e vai.

Un’altra giornata è andata: non hai proprio avuto tempo.

Certo ti sei vestita di nero: affina il corpo ed più elegante, la sera; il nero nasconde tutto quel che non vuoi dire, che non vuoi far sapere.

E’ un affare clandestino, la scrittura: lei e te, tu e lei, soltanto voi due, vecchie e buone amiche che si confidano davanti ad un bicchiere di vino rosso.

Come sempre accade al vero amore che inizia quando meno te lo aspetti, hai tanta gelosia e poche parole nelle tasche: trecento settanta circa per un breve post, altro non sai.

Comincerai domani all’alba, promesso: domani.

 All’ipotetico lettore

Ho messo la mia anima tra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

Margherita Guidacci