Luna d’inverno

Buio, un ansito gelido che stringe il petto mentre esci e vai verso l’auto, stasera.

Nel cielo la luna trascolora e si nasconde dietro a qualche ditata di nubi grigie; sarà neve – da qualche parte, forse, cadranno i bianchi fiocchi a coprire la terra e a scaldarne il cuore segreto – chissà dove.

Rabbrividisci, ed intanto sali in macchina, accendi il motore, riprendi il fiato impacciato che si era ritratto dentro di te e respiri. Si srotola l’asfalto scuro sotto le ruote nere, passano gli alberi scheletrici, passano i lampioni; lungo il viale verso la stazione qualche raro passante cammina svelto. Poi, la strada è deserta –  illuminata appena –  e mostra un volto stanco, sfatto, un volto di donna che invano ha troppo atteso.

Ora la luna è quasi disparsa; l’ansito è più gelido e stringe di più il petto. Un gatto svolta veloce dietro una casa, è un lampo nero che indovini quasi senza vederlo.

Metti al sicuro l’auto, nel calore del suo garage, ti chiudi alle spalle la porta di casa; lo spicchio di luna che ancora resta manda un bagliore pulsante oltre il vetro della tua stanza.

Dormi subito, riposa. Buona notte, spegni le luci.

Quadri di Viktoria Prischedko 

Luna d’inverno

Luna d’inverno che dal melograno
per i vetri di casa filtri lenta
sui miei sonni veloci di ladro
sempre inseguito e sempre per partire.
Come un velo di lacrime t’appanna
e presto l’ora suonerà…
Lontano
oltre le nostre sponde, oltre le magre
stagioni che con moto di marea
mortalmente stancandoci ci esaltano
e ci umiliano, poi splenderai lieta
tu, insegna d’oro all’ultima locanda
lampada sopra il desco incorruttibile
al cui chiarore ad uno ad uno
i visi in cerchio rivedrò che un turbine
vuoto e crudele mi cancella

Maria Luisa Spaziani

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… ed ora, ottobre

Primo giorno del mese,  estate che declina.

… ed ora, ottobre; l’autunno; fa freddo, al mattino presto, quando apri le tapparelle e vai in cucina a preparare il caffè, quando affetti il pane per la colazione e apri il barattolo del miele; quando ti affacci al giorno. Allora ti stringi nelle spalle e ricerchi una maglia, dai un’occhiata distratta all’agenda e la lasci aperta sul tavolo per riguardarla ancora, ti arrendi ai profumi della casa, ai suoni consueti del mattino.

E sono le rughe delle guance – ragnatele sottili comparse una sera all’improvviso – , sono gli occhi appena un po’ sbiaditi; sono la peluria del petto che si fa bianca – morbida, ancora, ma di un altro sentore al tatto – , sono le vocali più tonde di una voce che si fa più fonda.

Sono il tempo che passa: la stessa casa lo stesso letto lo stesso tavolo apparecchiato, i litigi le incomprensioni le differenze, gli stessi progetti le stesse mete; sono la felicità e la paura, la voglia di camminare senza tralasciare di guardarsi e l’incertezza dei giorni che sono stati, che verranno. Partirà fra poco, tornerà domani; avrai tempo, avrai spazio, avrai nostalgia.

E sono la volta che lui ti aiutò a mettere al mondo le vostre figlie, le corse pazze al pronto soccorso quando stavano male, le infinite notti in bianco; sono gli occhi di tuo padre che fu lui a chiudere, sono le discussioni infinite, sono la voglia di combattersi e di fare pace dopo.

Sono anni da ottobre: la stessa casa lo stesso letto lo stesso tavolo apparecchiato. Sono gli occhi che sono gli stessi occhi, i capelli che anch’essi imbiancano, le mani ed i piedi che si fanno più grandi e spessi nel tempo che passa; finisce l’estate nei cirri che solcano il cielo, nelle sottili rughe delle guance e negli occhi che si fanno più sbiaditi.

Giovedì primo ottobre, autunno che avanza: le foglie dei carpini ingialliscono, il cielo cambia impercettibilmente il suo colore, la luce prende un pulviscolo d’oro e lo rifrange in se stessa e tutto intorno; fioriscono gialle grandi margherite ai bordi delle strade verso i campi, ocra è la terra dove prima c’era l’erba.

Altrove piove, ormai: l’autunno avanza.

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Quadri di Daniele Frenguellotti, dal web

Un fresco castagneto
Sarebbe, il mondo, un fresco castagneto
se tutto mi guardasse coi tuoi occhi.
Marroni, intensi, laghetti dorati
ai raggi dolcemente declinanti.

Così gli occhi degli angeli, castagne
che hanno perso il riccio. Il Paradiso
è quella svestizione, ogni segreto
è arrivare al cuore.

Maria Luisa Spaziani

Ventidue, solstizio domani

Erano appena azzurrate, stamattina, le nuvole; salivano verso nord dall’Appennino e riempirono pian piano il cielo.

Verso est erano più chiare, formavano ciuffi di zucchero filato appena rosato e dietro spuntava il sole d’oro.

Si è abbassata la temperatura, nel giorno, hai cercato un golf e l’hai indossato perchè avevi le braccia fresche; anche l’aria era d’oro, nel giorno, e ti sei guardata intorno con occhi nuovi: l’estate se ne stava andando nella freschezza pomeridiana, nelle ombre più lunghe verso sera, negli uccelli che si ritrovavano sui fili della luce. L’edera appesa al pilastro sembra voler tradire il suo vaso e voler andare chissà dove, chissà dove; le surfinie scrocchiano con le loro foglie secche: solamente qualche calice penzola ancora lungo la ringhiera – senza paura.

Non è qui che vorresti stare, non è così: l’anima raminga vuole partire e andare chissà dove, chissà dove, mentre la casa si svuota davanti ai tuoi occhi e si sfianca per trattenerti; si alza il vento.

Sono grigie cupe quasi nere, stasera,  le nuvole; salgono verso nord dall’Appennino e riempono piano il cielo.

LO SPIRITO DEL FIENO IMPREGNA L’ANIMA

Lo spirito del fieno impregna l’anima.
L’addio dell’estate. Si raccolgono
le rondini sui fili e sulle antenne,
anomali emigranti verso l’Africa.

Nuvole non più rosa si scaglionano
a isterici plotoni nel vento che le opprime.
Già si arrende il roseto e batte ai vetri
con raffiche di petali e d
i spine.

MARIA LUISA SPAZIANI

Ho trovato qui  la poesia di Maria Luisa Spaziani: la ricordavo appena, ma non ero più sicura, i quadri sono ancora una volta di John Constable