Stasera i glicini

Stasera vorresti raccontare dei glicini, fiori generosi, grappoli profumati e opulenti, abbondante bontà e grandezza di aprile.

C’è un leggero vento quasi caldo tutto intorno, una moltitudine di stelle che palpitano – più in alto, molto più in alto – e lontano l’abbaiare triste di un cane. Lungo la strada, illuminato da un lampione, un pergolato di glicini che si protendono verso l’asfalto e sembrano lacrime.

Stasera vorresti raccontare dei glicini ma è tardi, le stoviglie in cucina sono cadute e un’onda di rabbia e di pena ti porta lontano. Il televisore disturba i ricordi, le voci confondono.

Avresti raccontato dei glicini.

IL PERGOLATO DI GLICINI 

Solaria,
il vento del sud scrolla e devasta il tuo pergolato di glicini. 
Ne piombano a terra i corimbi, chicchi violetti di grandine, 
pesanti d’un peso di morte. 
Così a te traboccan dagli occhi,
nell’ora del torbido amore, le lacrime; 
ma non si raccoglie il pianto d’amore,
non si raccolgono i fiori caduti del glicine. 

Ada Negri

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L’aspettiamo

 

Nient’altro che del bianco a cui badare.
(Arthur Rimbaud)

 

La terza neve

Guardavamo dalle finestre, là
dove i tigli
si stagliavano neri
nella profondità del cortile.
Sospirammo
ancora, la neve non veniva,
ed era tempo, ormai,
era tempo…
E la neve venne,
venne verso sera.
Essa
giù dall’alto dei cieli
volava
a seconda del vento.
e nel volo
oscillava.
A falde sottili come lamine.
fragili,
era confusa di sé stessa.
La prendevamo delicatamente nelle mani
e stupivamo:
dunque, era quella la neve?
Ma la neve ci rassicurava:
Verrà, io lo so,
verrà la neve vera.
Non vi turbate
mi scioglierò,
non inquietatevi
subito… .
Dopo sette giorni
venne la neve nuova.
Non venne
precipitò.
Cadeva cosi fitta, da non potere
tenere aperti gli occhi.
a tutta forza
vorticava in cerchio, mugliando.
Con pervicace ostinazione
voleva inseguire il trionfo
perché tutti dicessero concordi:
si, è lei, la neve
vera. che non dura un sol giorno,
o due.
Ma disperò di sé, non resistette
e si diede per vinta.
E se non si scioglieva tra le mani
si scioglieva
sotto
i piedi…
E noi inquieti, ansiosi
sempre più spesso
scrutavamo l’orizzonte: quando
quella vera verrà?
Perché era tempo,
era tempo…
E un mattino,
appena alzati, pieni di sonno,
ignari ancora,
d’improvviso aperta la porta,
meravigliati, la calpestammo.
Posava, alta e pulita
in tutta la sua tenera semplicità.
Era
fittissimamente di sé sicura.
Giacque
in terra
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.
Era davvero tanta,
ed era davvero bella.
Cadeva e cadeva
nel baccano dell’alba
fra il rombo delle macchine e lo sbuffare
dei cavalli
e sotto i piedi non si scioglieva.
anzi diventava più compatta.
Giaceva
fresca e scintillante
e ognuno ne era abbagliato.
Ed era lei, la neve. La vera.
L’aspettavamo.
Era venuta.

Yevgeny Evtushenko

Novembre, dodici giorni dall’inizio del mese

Il leccio, il cerro, il pioppo cipressino e l’ontano, l’acero, il tiglio, il deciso castagno, il rovere massiccio: guardali, ripassa il loro nome nella mente, ricorda quando tuo padre te li indicava e rideva se sbagliavi a nominarli.

Dal verde al marrone passando per il rosso, punte d’ocra, sfumature di verde sopravvivono stemperandosi nel giallo: si riempiono gli occhi ed arrivano subito al cuore i colori delle foglie , in autunno. Spinte da un vento fermo, ormai determinato, ricoprono l’asfalto del viale ed abbandonano la forza dei rami, si lasciano andare al soffio dello scirocco tenero e crudele. Si staccano e non te ne accorgi, poi li vedi svolazzare appena, senza  resistere, rassegnate. Toccano terra e si confondono, divengono altro, si scambiano i colori, indistinte ormai  – terra alla terra – dello stesso rosso dello stesso giallo: il medesimo secco colore che stride sotto i piedi e non brilla più.

Avanza, questo novembre dolce che pare settembre, appaiono nelle strade le prime luci di Natale, si addobbano già le vetrine dei negozi e sugli scaffali del supermercato si affollano i primi panettoni. Il giubbotto pesante ti stanca, lo appoggi alle spalle, poi lo tieni sul braccio: sono buone tutte le scuse per non avere tempo. Così, ti ritrovi a notte fonda, ed hai nel cuore il senso di aver perduto anche questo giorno; allora ti affretti ma non puoi farcela, hai lasciato indietro troppe cose:  hai parlato sorriso camminato, guardato un libro, sfogliato il giornale, accarezzato il gatto e telefonato, per qualche momento hai vissuto ed il giorno è passato.

La bordura dell’orto ha ancora qualche rosa, bianca; le foglie lucide della magnolia si sono spente appena hanno toccato terra. Le nuvole col buio spesso sono grigie e si confondono: non sai dove cominciano, non capisci dove finiscono.

Si alza di nuovo il vento.

LO  SPIRITO DEL FIENO IMPREGNA L’ANIMA

Lo spirito del fieno impregna l’anima.
L’addio dell’estate. Si raccolgono
le rondini sui fili e sulle antenne,
anomali emigranti verso l’Africa.

Nuvole non più rosa si scaglionano
a isterici plotoni nel vento che le opprime.
Già si arrende il roseto e batte ai vetri
con raffiche di petali e di spine.

MARIA LUISA SPAZIANI