Non tornare mai

E ai primi di  settembre c’era stata Venezia.

Eravate partiti col treno, Milano – Brescia  – Verona  – Vicenza e Padova, infine la stazione di Santa Lucia: paesaggi e città visti soltanto in fotografia, un mondo nuovo tutto da scoprire. Quei piccoli pozzi al centro delle piazzette, Santa Maria Egiziaca a San Rocco, l’Assunta di Tiziano ai Frari, i piccioni che mangiavano le briciole di pane dalle sue mani, il Canal Grande, il Ponte di Rialto – e il cuore già si spezzava . Torcello, il tris di pinguini in vetro di Murano, la spiaggia grande del Lido, le maree e le conchiglie sul bagnaasciuga – ed erano i primi segni di abbandono.

C’era in quei primi giorni felici di settempre il presagio, c’era già l’addio: ti parlava di un’offerta di lavoro, dell’Africa che voleva visitare, degli anni che passavano e lui che non faceva niente. C’era la laurea in ingegneria ad ottobre, più o meno, al massimo ad aprile l’anno dopo e poi partire.

Ancora prima di tornare sapevi che era finita.

E’ ancora chiaro questo cielo, in questi primi giorni di settembre, il sole scalda, l’aria è colma di una pienezza matura, la stessa dei frutti che si colgono in Langa. Le mele settembrine coltivate nelle vigne, i fichi storti che offrono ombra con le loro larghe foglie, le nocciole tonde e ambrate; poi, l’uva – miracolo di stagione – bionda o bruna amante per i contadini di queste parti.

Salgono con il trattore per le colline ricoperte di vigneti a distesa, chiamano i vendemmiatori, caricano le ceste piene di chicchi e li portano alle cantine.

E’ chiaro il cielo, ma le nuvole si addensano, ormai, quasi ogni giorno verso sera ed il cielo si ingrigisce. Il sole impallidisce ma ancor brucia e stringi gli occhi se guardi in alto; volano farfallette azzurre, pallide e lente, sbattono contro le finestre socchiuse e muoiono in silenzio. Lieve il vento si affaccia, piano piano, e smuove qualche foglia che obbediente comincia a cadere.

Mentre tornavate sapevi che era finita.

Era stata triste, Venezia, mentre ridevate e parlavate, mentre vi scambiavate promesse per l’eternità. La stanza dell’affittacamere in piazza Santa Lucia aveva un grande letto scuro a due piazze: ti arrampicavi un po’ a fatica poi affondavi nel materasso di crine, ti rovesciavi sulla schiena e lui ti baciava, strappava con la bocca i tuoi lamenti che invano cercavi di nascondere. Nei suoi occhi passava il colore di un trionfo, nei tuoi la paura dei suoi sogni.

C’era in quei primi giorni felici di settempre il presagio, c’era già l’addio: l’anno dopo a primavera era partito e tu non avevi avuto il coraggio; forse avevi poco amore, troppo poco per seguirlo – troppo per non continuare a rimpiangerlo.

Se lo rivedessi non ti riconoscerebbe, se ti vedesse non ti riconoscerebbe. Troppi anni sono passati.

… non gli eri bastata, non poteva aspettarti. Non tornare mai a Venezia, di settembre.

SETTEMBRE

Chiaro cielo di settembre
illuminato e paziente
sugli alberi frondosi
sulle tegole rosse

fresca erba
su cui volano farfalle
come i pensieri d’amore
nei tuoi occhi

giorno che scorri
senza nostalgie
canoro giorno di settembre
che ti specchi nel mio calmo cuore.

ATTILIO BERTOLUCCI

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