E ti ricordi

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Quando ancora l’inverno era nel suo colmo, quando ancora il fiato sbiancava uscendo dalla tua bocca –  ed era gennaio, erano lontani i presagi di primavera, era l’infanzia o poco più – c’erano giorni in cui camminavi, ti lasciavi alle spalle il paese e camminavi verso il fiume o verso la collina. Un passo dietro l’altro, un giro breve oltre la chiesa, attorno al campo sportivo: dovunque andava bene.

Battevi il selciato con le scarpe e immaginavi la vita che si apriva: un sassolino, uno sterpo, un fossato da saltare di slancio. La fila affannata delle formiche, un cane che abbaiava più lontano, la persiana che sbatteva all’improvviso.

E ti ricordi, adesso, volti e voci. E ti ricordi odori, il sentore del freddo alle narici, il suono della sua voce che chiamava. Era appoggiato a quella siepe e ti aspettava, sapeva di freddo anche la sua sciarpa, l’interno del giaccone che ti accoglieva e ti scaldava. Lontano i tetti rossi, lontano gli alberi spogli: batteva freddo il sole la tua pelle, la rischiarava e baluginavano i suoi denti bianchi in quel sorriso.

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Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:                                              5

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

                                               Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Eugenio Montale

 

 

 

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Primo gennaio

Sa di freddo sa di nebbia, questa terra di Langa, oggi primo gennaio duemilasedici.

Non s’è mostrato, il sole; si condensa il fiato tra le labbra se respiri.

Le nuvole velano un cielo grigio: presagio di neve, forse; si accendono intanto – ancora – le luminarie di Natale.

Ti rivolgi allo specchio, ti sorridi: sarà quest’anno, sarà. Poi t’incanti a guardare dalla finestra le colline, dove si affaccia il Monferrato: un albero si accende, una finestra si illumina. Sarà quest’anno.

Il primo gennaio.

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

Eugenio Montale

Sole pallido di settembre

E’ ancora azzurro il cielo, ma avanzano le nuvole.

Sono bianche e luminose, ad est; più grigie e numerose verso sud. Riempiranno il cielo, piano piano,  e si farà più forte il vento.

Un uomo taglia l’erba nel prato lungo la ferrovia, un altro insegna ad un bambino come andare in bici. La sua voce fonda si intreccia con gli strilli del piccino.

Sole pallido di settembre, sabato lento: si allungano le ombre.

Avevi rimpianti dentro il cuore, ieri; oggi la vita ti ha ripresa: camminano per casa le tue giornate, hanno i passi cadenzati di chi si prepara per andare. Sono  più leggeri  i passi di  chi invece resta ad aspettare: si fa silenzio se si attende.

Oltre il prato, lungo la ferrovia, i girasoli divengono più scuri, abbassano il capo, si piegano e guardano a terra. Non li taglierà, quell’uomo, non passerà vicino ai loro robusti steli: non è per ora  tempo.

La vita ti riprende con gli stessi affanni, lo stesso amore, la stanchezza.

Il sole si fa strada a tratti e sbalza una macchia d’alberi, una collina; il resto rimane in ombra, tace e aspetta mentre il vento sale.

Il rombo di un aereo rompe la quiete, una folata di vento all’improvviso sposta i panni che stai stendendo. Cinguettano  passeri nella fronda ma subito si tacciono: si è avvicinato il cane dei ragazzi a pianterreno.

E’ ancora azzurro il cielo, ma avanzano le nuvole.

Portami il girasole

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

E. Montale