Quasi Natale

L’unico bianco è il brillare degli occhi, dove le luminarie di Natale si riflettono fredde.

Un giubbotto nero un po’ leggero e striminzito, i jeans scuri sdruciti  forse troppo grandi, la timida mano che tende un cappello quasi vuoto, il sorriso che non scopre i denti e non arriva agli occhi.

“Vada a lavorare così giovane, così grande e grosso, così forte.”

Passa la gente coi carrelli colmi, davanti al supermercato; si affretta verso l’auto, con i figli al collo o per mano, trascinandoli recalcitranti con lo sguardo ancora rivolto al giocattolo più costoso e più desiderato. Passano e a volte neppure lo vedono, è lui che si scansa per non farsi travolgere. Vanno veloci, per tornare a casa in tempo ad apparecchiare, accendere il televisore, alzare il riscaldamento; i surgelati non vanno bene, fuori frigo troppo a lungo, il pane diviene meno croccante se non è messo al giusto posto. Ci sono l’albero di Natale da illuminare, le imposte da chiudere bene: si fa notte, comincia a far freddo.

Nell’aria i soliti canti, le luci,  i saluti; buone feste, auguri … dove vai per le feste?

Metti con vergogna una moneta in quel cappello quasi vuoto e ti allontani, troppo vigliacca per fermarti anche solo un momento, per incrociare uno sguardo, per accettare il suo sorriso.

L’unico bianco è il brillare degli occhi, dove le luminarie si riflettono fredde, tutto il resto è ombra.

Siamo morti, un po’ di rispetto per favore.
Non calpestiamo il prato a nessuno
non un grido; veniamo in sogno molto di rado
siamo aria
il secco delle prugne in un cesto, il suono solo
di un foglio perso in tipografia.
Leggero assolo, che aggiunge poco e niente ai pianeti
a tutto il nero, che c’è tra zolfanello di luce e Cassiopea.
Vi ho detto siamo morti
non ci vedete affatto; non ci stupisce il bello di un’isola
o di un monte, sul quale il monastero degli ultimi ha la sede.
Non ci ferisce il puzzo dei fiori, la leggenda
che noi qui si salvasse qualcosa: patria, onore
la dignità o l’orgoglio dei padri. Siamo morti
più di una volta quando fa il grano e niente amanti
nascosti in mezzo a darsele forte, sulla bocca
su fianchi nudi di porcellana.
Siamo morti
se il mare getta bimbi e non ossi bianchi seppia
se il cielo è tinto con l’aviazione ed ogni suono
è il crollo di una casa per mano dei padroni.
Noi siamo morti, un po’ di rispetto per favore.

Massimo Botturi

L’originale è qui; e come sempre, grazie!

 

Notte senza stelle

Notte senza stelle, ma brillano le luci di Natale.

Ovunque, anche sulle colline più lontane si accendono gli abeti, scintillano le siepi, riverberano dalle finestre chiuse i chiarori pulsanti delle infinite luminarie…

Veloci tornano a casa i tardi passanti, ma non è fredda l’ aria, non manca il respiro in questo inverno mite che dell’inverno ha poco.

Notte senza stelle, ma intorno hai il caldo buono della casa, l’afrore di cucina, la confusione del tuo presepe che si sfalda, poi si ricompone diverso.

Dorme la gatta sul termosifone, dal bagno un chiacchiericcio ed un profumo di agrumi e cannella; passano di stanza in stanza i suoni e ti allargano il cuore: se ti affacci alla porta e’ una risata, quella che ti accoglie, e te ne vai con le mani e l’animo colmi. Nell’altra stanza una tastiera che ticchetta veloce, un richiamo, un passo breve: anche lui è casa.

Brillano le luci di Natale: l’ albero rosso e oro, le candele, il centro tavola di vischio e pigne, stesse cose ogni anno, stessi colori.

E’ fitta, ora, la nebbia nel viale; non importa, però: le luminarie della ringhiera la fermano e fanno chiaro.

Mordy si è spostata: ora non è più sul termosifone…

Natale

Ed è la casa

quella che felice

attende:

è la ghirlanda sulla porta,

una corda d’oro

con gli angeli.

E’ l’albero rosso

vicino alla finestra,

luci scintillanti anche di lontano.

Ed è l’odore

dei biscotti allo zenzero,

la musica che scende

per le scale:

ogni anno ritornano,

e vanno per il cuore.

E’ il Natale che mi manca,

quando fuori si fa buio ed il freddo

stringe attorno.

 

8dicembre2014, byMaT