Post, pomeriggio, partenza

Profumo di caffè dalla cucina, un moscone impazzito contro il vetro, lame di sole che entrano dalle finestre chiuse; la gatta dorme appallottolata sulla poltrona bella e muove ogni tanto un orecchio.

Il rumore del phon dal bagno,  la tapparella della cucina che si chiude un po’ troppo di scatto: pomeriggio di settembre, partite tutte e tre – insieme, stavolta – e ti fai chiamare dalla voce squillante di Ice che ha sempre paura di arrivare in ritardo e crea ansia tutt’intorno. Lalolle si sistema i capelli, prepara la borsa da viaggio,  ti invita anche lei a sbrigarti.

Scrivi queste poche righe velocemente: anche questo pomeriggio vorrai ricordare, domani. Non hai molto da raccontare, vuoi salire in macchina e stringere il volante, correre sull’autostrada, arrivare a Genova, salutare il mare che quest’anno ti è mancato tanto.

La gatta si stira, scende dalla poltrona, abbandona lo studio gnaulando e si dirige verso la sua ciotola; abbassi anche in questa stanza la tapparella, riordini qualche libro sulla scrivania; chiudi la porta del bagno e sei quasi subito pronta.

Ti porteranno via le nuvole, vedrai il cielo di Liguria: senza rileggere pubblichi ed affidi al vento queste poche parole. Senza impegno senza pretese – duecentosessanta parole, partenza, pomeriggio in città – buona giornata a chi leggerà, buona serata.

Quadri di Charles Courtney Curran

A una mia poesia

Nel migliore dei casi,
poesia, sarai letta attentamente,
commentata e ricordata.

Nel peggiore
sarai soltanto letta.

Terza eventualità:
verrai sì scritta,
ma subito buttata nel cestino.

Potrai approfittare di una quarta soluzione:
scomparirai non scritta
borbottando qualcosa soddisfatta.

Wislawa Szymborska

DOMENICA DI PARTENZE

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Domenica di pioggia fine, leggera e triste. Domenica di nebbia fredda che picchia alle finestre come un gioco. Metà marzo quasi novembre, metà marzo e le gemme spaventate che non lasciano i petali sbucare. Primavera soltanto immaginata, oggi.

E piove, piove, piove; piove mentre pieghi le camicie, mentre controlli che lui non abbia dimenticato il dopobarba, piove mentre cerchi di chiudere la cerniera della prima valigia.

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Piove verso la stazione, sul binario, oltre la pensilina; ti stringi nel cappotto pesante, ancora,  anche stamattina. Ed un treno quasi nuovo si allontana senza suono, la nebbia di un marzo come novembre lo nasconde.

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A casa Lalolle gira per le stanze ripetendo microbiologia e Ice si stira i pantaloni, quelli che mancano sempre all’appello; altre valigie accatastate aspettano il loro momento, quasi  pronte, quasi chiuse. Manca qualcosa soltanto, l’ultima cosa, la più importante… chissà cosa.

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Sarà ora verso sera; sarà quello il momento. Intanto piove, ancora, e nelle stanze fa sempre più freddo. Avanza il giorno: domenica di partenze, preparativi, raccomandazioni e discorsi con poco costrutto, qualche parola alta subito smorzata. Per una settimana staranno via, inutile arrabbiarsi.

Unica che dorme, inconsapevole,  la gatta – raggomitolata sulla poltrona – vicino al termosifone.

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Ed infine la casa vuota, buio intorno, silenzio.

Lo spazio si allarga,il tempo si dilata all’improvviso: nella quiete delle stanze tutto è possibile, ormai.

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In me il tuo ricordo

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero

tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

Vittorio Sereni, da “Frontiera”

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