Otto marzo millenovecentonovanta, anniversario

Tanto per ricordare…

Nuvole sparse tra le dita

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La sera con il vento, l’attesa vicino alla macchina, lui che arriva, il saluto.

Primo appuntamento:  vestito nuovo, provocante ed audace ma non troppo, abito corto come non porti mai. Parrucchiere nel pomeriggio, profumo in abbondanza – sarà troppo, probabilmente – , manicure.

Otto marzo millenovecentonovanta.

Nel parcheggio  donne in festa soltanto, anche loro vestite di nuovo; risate alte, grida, richiami.  Allegria di ragazze, di donne che escono insieme parlando. Gli scherzi, le battute esagerate.

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Prime feste con spogliarello maschile, uscite sdoganate dai ragazzi, i fidanzati, i mariti. Stasera rimangono a casa, cucinano, stanno da soli, guardano i figli. Stasera alla casa la cena il cane pensano loro. Stasera libertà: libertà fra donne.

Otto marzo millenovecentonovanta.

Le scarpe col tacco forse un po’ esagerato, la camminata insicura.

 – Vieni, appoggiati, ti tengo io.

La gonna stretta, andiamo. Va bene la pizzeria, una qualunque. Ti siedi di fronte a lui per…

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Pomeriggio

Le tapparelle quasi chiuse, il ventilatore: la ricerca di un po’ di fresco, la quiete che non trovi e l’afa ti spossa, si attorcigliano i pensieri. Vanno lenti come volute di fumo, girano intorno sempre intorno solo intorno ad un unico senso ad un unico spazio.

Le tapparelle quasi chiuse ma il sole penetra e l’afa del pomeriggio ti sfianca. Rimani sdraiata ed intorno a te, intorno alla casa, non c’è altro che silenzio interrotto appena dal frinire delle cicale, dall’auto che passa sullo stradone, da quell’unico clacson che ti risveglia.

Ti eri assopita e non te n’eri accorta: la testa vuota, il cervello il pensiero chissà dove, lontani. Gli uccelli cantano anche loro la calura,  ti risuonano nella mente che lasci vagare lungo il fiume dei ricordi, acqua del passato che scorre lenta – limpida e fresca, almeno lei – ma non ti dà il sollievo che cercavi.

Batte forte il cuore, quasi manca mentre il pomeriggio si dipana giallo, aranciato a tratti poi marrone. Le ossa delle mani si sciolgono, il sogno vola via. Per poco, ma neppure sai per quanto, mentre dormivi sei stata in un altro tempo: i capelli corti i denti bianchi, le lunghe gonne a fiori e le magliette, il mondo da scoprire – poco più di vent’anni, il corpo magro e le gambe svelte –  voglia di correre avanti, senza voltarsi.

C’era la stessa afa la stessa calura, c’era uno stradone con le auto che acceleravano sul rettilineo; c’erano le colline più vicine, dolci colline di Langa e al confine quelle aspre del Monferrato verso Appennino. C’era un paese (due schiere di case tutte diverse attorno alla statale, i marciapiedi, qualche vaso di geranio al davanzale), quattro case, pochi gatti e pochi cani.  Era rosa,  la stazione, e passavano lunghi treni semivuoti.

Al mattino poco prima delle otto si partiva per il mare, sempre stessa spiaggia, sempre stesso costume. Il sole che bruciava tutto il giorno sulla pelle, l’acqua fresca, i panini con la sabbia… E tornare a casa la sera – sempre con lo stesso treno, la pelle più arrossata ogni giorno, gli asciugamani bagnati nella borsa di paglia – per poi tornare ad uscire dopo un’ora a prendere la frescura nella strada verso il fiume.

C’era la stessa afa la stessa calura, c’erano giornate di fine giugno e le vacanze per povera gente, le risate sul treno, la focaccia  strappata a morsi e le dita unte, le prime sigarette, la scuola finita, luglio ed agosto tutti da inventare e diciassette anni ancora da contare.

Tacciono gli uccelli, non friniscono più le cicale, si ferma il traffico dello stradone e lo specchio dell’ingresso ti rimanda, sconosciuta e sudata, i capelli scarmigliati, gli occhi segnati dall’afa che ti sfianca. Le parole del libro che avevi accanto si confondono e divengono lunghe file di formiche, la pelle dei polpacci tira forte e le macchie sulle mani sono il doppio. Dormi, affinchè domani il giorno nuovo ti accolga nuova, dormi con il respiro mozzato, l’afa che ti sfianca.

Ventinovegiugnoduemilaquindici, ore diciassette – più o meno –  e vai verso i cinquantasette anni ma non lo sai: soltanto lo dice il tuo viso; nel cuore l’età è tutta un’altra, nel pensiero anche. Quarant’anni sono passati e non te ne sei accorta.

Addosso al viso mi cadono le notti

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.

Patrizia Cavalli

Quadri di Vanessa Bell (1879-1961), sorella di Virginia Woolf

NOTTE DI MAGGIO, BUONANOTTE

E’ passata l’una, ormai: più nessuno abita la strada; anche le ultime luci si sono spente. Brilla qualche stella, una timida luna appena offuscata da qualche nuvola nera. L’aria è leggera, fresca.

Ti affacci al balcone nel silenzio della notte, vorresti uscire a camminare ma ti spaventa l’indomani, il nuovo giorno. Sai che sarà lungo, colmo di parole, di passi – molti inutili – e greve di pensieri. Un pipistrello nero vola attorno alla casa di fronte, passa un’auto quasi silenziosa. Ti ritrai, chiudi le imposte. Nel silenzio non s’odono neppure i tuoi stessi passi. E’ il silenzio stesso che li zittisce.

Buonanotte, notte di maggio, buonanotte: sogna poco, sogna piano, riposa nel buio e nel silenzio. L’aria di casa sa di pace, del profumo di quei fiori che hai colto appena stamattina. Buonanotte.

Anche quando sembra che la giornata

sia passata come un’ala di rondine,

come una manciata di polvere

gettata e che non è possibile

raccogliere e la descrizione

il racconto non trovano necessità

né ascolto, c’è sempre una parola

una paroletta da dire

magari per dire

che non c’è niente da dire.

Patrizia Cavalli