ventitre agosto

Domenica lenta, di pioggia fine, quasi presagio dell’autunno.

Cielo azzurro, cupo – forse quasi grigio – poche nuvole confuse e timide nell’universo bagnato che ti circonda oggi.

La gatta sul divano si stira, sbadiglia; il libro aperto accanto a lei attende. Si fa notte lentamente, ma il giorno era scuro, oggi, lontano.

Cincischi il tuo quadernino dove appunti i pensieri disordinati che ti colgono sempre nei momenti più inopportuni, pensi a Luca, forse troppo personaggio, poco tondo, scontato. Mangiucchi il cappuccio della penna. Hai fatto poco, oggi, troppo poco.

Fuori, la gente cammina veloce con l’ombrello. In casa c’è silenzio.

Domani scriverai, domani mattina appena alzata. Forse prenderà forma la vicina di casa e Luca partirà.

Domenica lenta, ti serviva per fare ordine; finirai in autunno questa storia.

Quadri di  Christina Nguyen

PIOGGIA ESTIVA

Perdonami se oggi sono impaziente, amore.
È la mia prima pioggia estiva. La foresta,
sulle sponde del fiume, è agitata
e i rigogliosi alberi di ipomea acquatica
tentano, con i fiori profumati, il monsone che passa.
Vedi, da ogni parte il cielo è attraversato
da lampi e il vento solleva i capelli.
Se proprio oggi ti porto il mio dono,
perdonami amore.
Il mondo dei soliti giorni
è nascosto dal vapore della pioggia,
ogni lavoro è sospeso nelle case,
desolati sono i campi.
Solo per gli occhi tuoi neri
lo scrosciare della pioggia
ritrova la sua melodia,
e, alla tua porta, vestito d’azzurro,
luglio aspetta che tu apra, coi gelsomini
pronti per le tue trecce.

R. Tagore

16 marzo: vuota casa piovosa e fredda

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Volevi un pomeriggio nei vicoli, a guardare le vetrine; comprare qualche abito, bere un caffè. Camminare senza meta, senza tempo. Pomeriggio quasi di primavera, pomeriggio di chiacchiere e tempo perso.

Lalolli aveva deciso di accompagnarti, saltando le lezioni all’Università. Ice, no: sarebbe venuta poi, dopo le cinque, a pomeriggio inoltrato.

Ma la pioggia, la pioggia, la pioggia.

Ancora pioggia: sottile, leggera, impalpabile poi scrosciante, a gocciole fitte, più grosse.

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Pomeriggio di corse, di vento, di pioggia. L’ombrello, il bavero rialzato, la giacca allacciata per vincere il freddo. La pioggia, senza tregua senza pietà sul selciato, con le aiuole bagnate, l’asfalto scuro, le pozzanghere gli spruzzi delle auto..

Pomeriggio un poco sprecato, tolto ad altro: un libro, la musica, qualche utile lavoro di casa. Pomeriggio grigio luminoso fra le luci e le musiche dei negozi. E la pioggia fra un interno e l’altro.

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Tornare a casa prima,  passare meno tempo fuori. Salutare con un bacio Ice e Lalolli, partire.

L’autostrada buia, sempre pioggia battente, il rumore continuo del tergicristalli; fasci di luci – abbaglianti – ed il vuoto intorno. Chissà se la strada è giusta, chissà… Difficile dirlo, nel buio, sotto la pioggia battente.

A casa la notte, ormai; il buio delle luci spente – non c’è nessuno – qualche riverbero dei lampioni fuori, il silenzio.

Sono  vuote le stanze, sono così grandi. Fredde e silenziose ti attendono, grandi come ieri, come ogni giorno. Intorno la notte, priva di suoni apparenti solcata solamente da te che cammini per le camere, apri piano qualche cassetto, lo richiudi, bevi l’acqua in cucina, spegni il televisore.

Posi il libro sul cuscino accanto a te, e smorzi la luce.

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La notte

So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.

Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi

sapendoli pieni di interessi, di non incontri.

Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.

Un giorno torneremo ad essere.

DOMENICA DI PARTENZE

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Domenica di pioggia fine, leggera e triste. Domenica di nebbia fredda che picchia alle finestre come un gioco. Metà marzo quasi novembre, metà marzo e le gemme spaventate che non lasciano i petali sbucare. Primavera soltanto immaginata, oggi.

E piove, piove, piove; piove mentre pieghi le camicie, mentre controlli che lui non abbia dimenticato il dopobarba, piove mentre cerchi di chiudere la cerniera della prima valigia.

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Piove verso la stazione, sul binario, oltre la pensilina; ti stringi nel cappotto pesante, ancora,  anche stamattina. Ed un treno quasi nuovo si allontana senza suono, la nebbia di un marzo come novembre lo nasconde.

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A casa Lalolle gira per le stanze ripetendo microbiologia e Ice si stira i pantaloni, quelli che mancano sempre all’appello; altre valigie accatastate aspettano il loro momento, quasi  pronte, quasi chiuse. Manca qualcosa soltanto, l’ultima cosa, la più importante… chissà cosa.

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Sarà ora verso sera; sarà quello il momento. Intanto piove, ancora, e nelle stanze fa sempre più freddo. Avanza il giorno: domenica di partenze, preparativi, raccomandazioni e discorsi con poco costrutto, qualche parola alta subito smorzata. Per una settimana staranno via, inutile arrabbiarsi.

Unica che dorme, inconsapevole,  la gatta – raggomitolata sulla poltrona – vicino al termosifone.

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Ed infine la casa vuota, buio intorno, silenzio.

Lo spazio si allarga,il tempo si dilata all’improvviso: nella quiete delle stanze tutto è possibile, ormai.

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In me il tuo ricordo

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero

tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

Vittorio Sereni, da “Frontiera”

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