Il sole, adesso

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Primo marzo e un’aria gelida che rabbrividisce la pelle, dove il sole non può arrivare, a ridosso dei muri esposti a nord.

Primo marzo, una luce abbacinante, un profumo verde di erbe nuove, un sole che scalda – ormai è alto nel cielo – e quieta il vento.

Il sole, adesso, risveglia quei fiori gialli sulla scarpata, subito accanto all’asfalto, e fa brillare i nontiscordardime.

Camminavi sempre con lui lungo la strada verso la collina, fra gli alberi che ogni giorno si rivestivano delle gemme nuove; non eravate mai stanchi di parlare e di ridere, quando era ancora presto nella tua giornata, quando ancora inconsapevole vivevi e la vita non ti bastava.

Camminavate, fermandovi ogni tanto per guardarvi, e se incontravate altra gente non avevate tempo per salutarli; salivate lungo i calanchi alla ricerca delle ginestre e del timo, alla ricerca dei luoghi più remoti dove nessuno udiva parole e risa: allora  il tempo  era un’impaziente attesa.

C’erano prati e radure, ruscelli d’acqua chiara gorgogliante che lambivano precoci viole; c’erano gialle le primule, nascoste fra le foglie secche che crocchiavano sotto le scarpe; c’erano la sua risata e il suo braccio,  la sua mano che ti spronava a salire per guardare giù  la valle ed il fiume.

C’era l’argine del fiume e poco più in là campi dimenticati ed incolti dove raccoglievi i fiori gialli del tarassaco e qualche  nontiscordardime, cercavi viole  – quelle ben nascoste dal muretto – e ogni fiore trovato era un desiderio esaudito (per le viole bianche qualcosa di più) 

Il sole, oggi, risveglia ricordi che neppure  sapevi di conservare, che ti fanno sorridere mentre quasi ti viene da piangere.

Primo marzo, una luce abbacinante, un profumo verde di erbe nuove, un sole che scalda – ormai è alto nel cielo – e quieta il vento.

Primo marzo e un’ aria gelida che rabbrividisce la pelle, se il sole tarda ad arrivare.

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Quadri di Seurat

Esempi

Anima, sii come il pino:
che tutto l’inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d’abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.

Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t’aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.

Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l’ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.

Ma l’amore del sole
appassionatamente la cinge
d’uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall’ombra,
sovrane
al di là d’ogni tenebra,
come pensieri dell’anima eterna
verso l’eterna luce.

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-56382>

Pomeriggio

Le tapparelle quasi chiuse, il ventilatore: la ricerca di un po’ di fresco, la quiete che non trovi e l’afa ti spossa, si attorcigliano i pensieri. Vanno lenti come volute di fumo, girano intorno sempre intorno solo intorno ad un unico senso ad un unico spazio.

Le tapparelle quasi chiuse ma il sole penetra e l’afa del pomeriggio ti sfianca. Rimani sdraiata ed intorno a te, intorno alla casa, non c’è altro che silenzio interrotto appena dal frinire delle cicale, dall’auto che passa sullo stradone, da quell’unico clacson che ti risveglia.

Ti eri assopita e non te n’eri accorta: la testa vuota, il cervello il pensiero chissà dove, lontani. Gli uccelli cantano anche loro la calura,  ti risuonano nella mente che lasci vagare lungo il fiume dei ricordi, acqua del passato che scorre lenta – limpida e fresca, almeno lei – ma non ti dà il sollievo che cercavi.

Batte forte il cuore, quasi manca mentre il pomeriggio si dipana giallo, aranciato a tratti poi marrone. Le ossa delle mani si sciolgono, il sogno vola via. Per poco, ma neppure sai per quanto, mentre dormivi sei stata in un altro tempo: i capelli corti i denti bianchi, le lunghe gonne a fiori e le magliette, il mondo da scoprire – poco più di vent’anni, il corpo magro e le gambe svelte –  voglia di correre avanti, senza voltarsi.

C’era la stessa afa la stessa calura, c’era uno stradone con le auto che acceleravano sul rettilineo; c’erano le colline più vicine, dolci colline di Langa e al confine quelle aspre del Monferrato verso Appennino. C’era un paese (due schiere di case tutte diverse attorno alla statale, i marciapiedi, qualche vaso di geranio al davanzale), quattro case, pochi gatti e pochi cani.  Era rosa,  la stazione, e passavano lunghi treni semivuoti.

Al mattino poco prima delle otto si partiva per il mare, sempre stessa spiaggia, sempre stesso costume. Il sole che bruciava tutto il giorno sulla pelle, l’acqua fresca, i panini con la sabbia… E tornare a casa la sera – sempre con lo stesso treno, la pelle più arrossata ogni giorno, gli asciugamani bagnati nella borsa di paglia – per poi tornare ad uscire dopo un’ora a prendere la frescura nella strada verso il fiume.

C’era la stessa afa la stessa calura, c’erano giornate di fine giugno e le vacanze per povera gente, le risate sul treno, la focaccia  strappata a morsi e le dita unte, le prime sigarette, la scuola finita, luglio ed agosto tutti da inventare e diciassette anni ancora da contare.

Tacciono gli uccelli, non friniscono più le cicale, si ferma il traffico dello stradone e lo specchio dell’ingresso ti rimanda, sconosciuta e sudata, i capelli scarmigliati, gli occhi segnati dall’afa che ti sfianca. Le parole del libro che avevi accanto si confondono e divengono lunghe file di formiche, la pelle dei polpacci tira forte e le macchie sulle mani sono il doppio. Dormi, affinchè domani il giorno nuovo ti accolga nuova, dormi con il respiro mozzato, l’afa che ti sfianca.

Ventinovegiugnoduemilaquindici, ore diciassette – più o meno –  e vai verso i cinquantasette anni ma non lo sai: soltanto lo dice il tuo viso; nel cuore l’età è tutta un’altra, nel pensiero anche. Quarant’anni sono passati e non te ne sei accorta.

Addosso al viso mi cadono le notti

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.

Patrizia Cavalli

Quadri di Vanessa Bell (1879-1961), sorella di Virginia Woolf

LIGURIA, ESTATE FINITA TANTO TEMPO FA

Tu non ricordi quella spiaggia, quel mare, quella sabbia calda fra le dita dei piedi e lui che si abbassava e si riempiva il palmo, poi lasciava la rena scivolare fra le dita.

No, non ricordi il sole basso dietro l’Appennino, l’ombra che arrivava e i brividi di freddo dopo il sole torrido del pomeriggio. Il bagnino intanto chiudeva gli ombrelloni, puliva i lettini e le sdraio, lisciava la spiaggia con quel suo rastrello. La gente raccoglieva gli asciugamani e tornava lenta a casa, tacevano i rumori ed i gabbiani tornavano padroni della loro casa.

Tu non ricordi il mare, la spiaggia, la sabbia umida e le sue orme,  lui che è appena passato e non è mai tornato indietro, non ti ha aspettata.

C’era il sole che entrava nella vecchia soffitta piena di polvere e di ragni, con l’odore di chiuso, mobili dimenticati, un materasso strappato, gli stracci, i giornali vecchi gialli accartocciati, abiti smessi ma mai buttati. Lontano, c’era il mare aspro di Liguria, un mare freddo e burrascoso che indovinavi appena dall’abbaino.

E sul lungomare c’erano le sue mani, le spinte all’altalena, nascondersi nelle cabine vuote, cercarsi sulle panchine al buio, sudore e sabbia per la schiena, un brivido correva per le spalle, la pelle raggriccita in uno spasmo. Davanti il mare aspro di Liguria, la notte e le lampare, il faro e le luci della costa.

Tu non ricordi quella spiaggia, quel mare, quella sabbia calda fra le dita e lui che camminava  sempre più veloce sulla battigia mentre l’onda ti frustava e ti fermava.

No, non ricordi il sole basso dietro l’Appennino, l’ombra che arrivava e i brividi di freddo dopo il sole torrido del pomeriggio. Non ricordi la notte scesa buia: stai bene se non sai, se non ci pensi.

Tu non ricordi mare e spiaggia, estate e sole: le lancette dell’orologio sono impazzite, il tempo è trascorso e non te ne sei accorta. Il mare aspro di Liguria è ormai lontano, sul volto si contano le rughe. Altri sorrisi altri dolori:  speranze di altre sere,  attese di altre albe, ma quando maggio avanza ci ripensi.  Ti richiama il sole, il verde dei cespugli, il prato dietro casa, il vento sulla pelle.

E i ricordi allora sanno, i ricordi allora sono, e tu non sai più se il presente tiene.

I ricordi

I ricordi, un inutile infinito,
ma soli e uniti contro il mare, intatto
in mezzo a rantoli infiniti..
Il mare,
voce d’una grandezza libera,
ma innocenza nemica nei ricordi,
rapido a cancellare le orme dolci
d’un pensiero fedele…
Il mare, le sue blandizie accidiose
quanto feroci e quanto, quanto attese,
e alla loro agonia,
presente sempre, rinnovata sempre,
nel vigile pensiero l’agonia…
I ricordi,
il riversarsi vano
di sabbia che si muove
senza pesare sulla sabbia,
echi brevi protratti,
senza voce echi degli addii
a minuti che parvero felici…

Giuseppe Ungaretti