27 GENNAIO 2015

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Era d’inverno, era come domani: faceva freddo, ad Auschwitz.

Fa sempre freddo quando la crudeltà dell’uomo si rivolge verso l’altro uomo,                             quando la passione delle parole sovrasta la riflessione e la ragione,                                               quando non è la vita che prevale ma l’arroganza di chi crede di avere più valore.

Era d’inverno, era come domani ed i soldati russi entrarono ad Auschwitz.                                          Da allora l’orrore si aggiunge all’orrore perché infinite sono ormai le pagine sulla Shoa,                      ed ogni volta una scoperta diviene occasione per saperne di più, quando non vorresti;            tanto basta, ormai: non vuoi più altro strazio.

Una pagina ancora poco esplorata, la musica delle donne nei lager.                                                C’erano, erano musiciste, ma di loro spesso è rimasto molto poco.                                                          Nei lager la vita è breve, generalmente, anche per gli artisti che  pure sanno riempire la vita di sogni, vivere tante esistenze loro stessi.

Muoiono anche loro, nei lager.

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 Ninna nanna nel lager

La diversità del femminile anche nello sterminio

Di Anna Foa, dall’Osservatore Romano, 2 maggio 2012

Alle dieci del mattino della giornata che Israele dedica alla commemorazione della Shoah ( Yom ha Shoah , quest’anno il 18 aprile), nel Paese suona per due minuti la sirena e tutti si fermano ad ascoltarla. La sera prima, in un piccolo teatro di Tel Aviv, ho assistito allo straordinario concerto «Una voce per la Shoah».

Erano canzoni composte da donne, canti strazianti sulla lontananza dagli esseri amati, ninne nanne, voci di speranza e di dolore estremo. A cantarle, con la sua magnifica voce di soprano, Charlette Shulamit Ottolenghi, nata in Italia e trasferitasi da tempo in Israele, che a questa produzione musicale ha già dedicato molta ricerca, esibendosi in tante occasioni (di recente in un concerto per la Giornata della memoria a Roma all’Università cattolica del Sacro Cuore).

Gli studi sulla musica concentrazionaria hanno avuto un forte sviluppo negli ultimi decenni, riportando alla luce carte e spartiti obliati nel tempo, ricostruendo le poche registrazioni esistenti, facendo rivivere brani composti e suonati nell’orrore dei campi, in attesa del trasporto nelle camere a gas. In Italia, un’opera di grande rilievo è stata svolta dal maestro Francesco Lotoro e dall’Istituto di letteratura musicale concentrazionaria di Barletta da lui creato.

È questo il materiale che Charlette Shulamit Ottolenghi ha utilizzato, accentuandone però, rispetto all’interpretazione datane da Lotoro, il carattere popolare. La cantante ha così scelto di essere accompagnata dalla fisarmonica, volendo rendere il carattere immediato di queste canzoni, legato alle emozioni quotidiane. Il risultato era di grande efficacia e la voce straordinaria di Ottolenghi trovava nell’accompagnamento folklorico uno struggente accostamento.

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La più nota tra le autrici di queste canzoni è Ilse Weber, ceca, morta a 41 anni ad Auschwitz dopo aver passato quasi due anni a Theresienstadt, la fortezza vicino Praga trasformata dai nazisti in qualcosa a metà fra un ghetto e un campo di transito, in cui furono lasciati sopravvivere per un po’ perfino i bambini e dove furono concentrati i musicisti ebrei dell’Europa centro-orientale, che vi composero e allestirono opere importanti. Quasi tutti quelli che passarono per Theresienstadt continuarono il viaggio verso il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ilse Weber era scrittrice di racconti per bambini, poetessa e musicista. Quando il marito fu selezionato per Auschwitz, decise volontariamente di seguirlo, con il suo bimbo. Lei e il piccolo furono subito gassati, mentre il marito sopravvisse. A Theresienstadt, Ilse compose una sessantina di poemi, musicandone alcuni. Fra quelli scelti per il concerto, quasi tutti in tedesco (Rita Baldoni sta curando una traduzione italiana), c’era una tenera ninna nanna in cui si immaginava vagare per Theresienstadt desiderando invano la casa e la libertà. Di lei, che era già una scrittrice nota, sono rimaste molte immagini, tra cui una bellissima mentre suona un mandolino. Un’altra autrice è Camilla Mohaupt, di cui non abbiamo nessuna notizia e di cui è rimasto solo il testo Lì dove il male dell’anima congela il cuore, ritrovato ad Auschwitz.

E poi Erika Taube, che nel 1942 a Theresienstadt compose un solo canto, Sei un bimbo come tanti altri, musicato dal marito Carlo. Era dedicato al loro bimbo, con loro a Theresienstadt e che con loro morì ad Auschwitz.

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E ancora, due canti in ceco di Ludmilla Peskarova, deportata a Ravensbruck e sopravvissuta.

Se sia possibile o meno definire una diversità di genere nell’ambito di uno sterminio della portata della Shoah è ancora questione aperta per gli storici. Ma come nella memorialistica femminile (in cui avvertiamo un’attenzione al corpo quasi assente nella scrittura dei deportati uomini), così in questi canti si colgono forme ed emozioni molto femminili, legate alla quotidianità, parole di rassicurazione e accudimento rivolte ai bambini, fossero essi presenti (come a Theresienstadt), o solo sognati (come ad Auschwitz).

Così, se lo sterminio fu uguale per tutti, se uguale fu la volontà di uccidere dei carnefici, il modo in cui tale immane violenza fu percepita da uomini e donne fu almeno in parte diverso.

Ascoltare queste voci di dolore ma anche di speranza aiuta a comprenderlo.

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ILSE WEBER (1903 – 1944)

Emigrantenlied – Il canto dell’emigrante

Ingoia le lacrime, stringi i denti al dolore, non dar retta alle ingiurie e alle umiliazioni,

mantieni ferrea la volontà, così sopravviverai alla sofferenza.

Tutto andrà per il meglio, tutto andrà per il meglio.

Sopporta con pazienza l’attesa, abbi fiducia nel futuro, non perdere il coraggio.

Il mondo tornerà ad essere un giardino.

Finirà l’ostilità, l’odio e la cupidigia svaniranno.

Il tuo nemico tornerà a chiamarti: Fratello, Uomo!

E ti porgerà la mano con vergogna.

E non sarai più solitario, in disparte quando gli altri gioiscono e ridono.

Anche per te il sole sorgerà, anche per te si risveglieranno gli uccellini.

Per te splenderà il sole, per te l’albero fiorirà, avrai di nuovo una patria, dei fratelli.

Il male svanirà come un incubo oscuro e la tua anima tornerà alla vita.

Wiegala – Ninna nanna

Ninna nanna, ninnosco, il vento spira nel bosco.

 Sfiora dolcemente il verde campo mentre l’usignolo intona il suo canto.

Ninna nanna, ninnosco, il vento spira nel bosco.

Ninna nanna, ninnerna, la luna è una lanterna e dal cielo, tenda oscura,

volge lo sguardo sull’intera natura.

Ninna nanna, ninnerna, la luna è una lanterna.

Ninna nanna, ninnondo, come mai il silenzio nel mondo.

Nessun suono disturba la dolce quiete, dormi, piccolo mio, ora dormi anche tu.

Ninna nanna, ninnondo, come mai il silenzio nel mondo.

Ade Kamerad – Addio compagno

Addio compagno, qui si dividono le nostre strade,

domani sarò lontano, me ne vado, mi cacciano da qui,

parto con il trasporto polacco.

Molte volte mi hai dato coraggio, sei stato buono e fedele, sempre pronto ad aiutare.

Una stretta della tua mano sapeva allontanare i pensieri nella nostra comune sofferenza.

Addio compagno, son triste per te, lasciarti mi è duro.

Non perdere il tuo coraggio, mi sei stato molto caro ed ora, non ci rivedremo mai più.

LUDMILA PESKAROVÁ (1890 – 1987)

Vánoční ukolébavka v Ravensbrücku 1944 – Canzoncina di Natale a Ravensbrück 1944

Nello splendore del sacro canto

l’anima si accora per la nostra lontana e sì amata patria,

sì che nella notte di Natale la nostra umile voce sempre risuona,

quando alla luce delle candele i nostri occhi bagnati di lacrime si illuminano …

Oggi abbiam sogni tranquilli, mia povera sorellina,

la nostra cara patria per noi tutti redenta, il nostro sogno natalizio,

così dolcemente variopinto, è che si abbrevino i tempi del disumano tormento!

EVA LIPPOLD (1909 – 1995)

Wiegenlied – Ninna nanna

Ora dormi bimbo mio e sogna dolcemente.

Dormi e cerca il paradiso, lì è sempre permesso giocare ed essere felice.

 Lì, bimbo mio, non sarai mai solo.

Dormi, bimbo mio, dormi, io veglio su di te, tu sogna per me …

Ora già dormi mio tesorino, un sonno così bello e profondo,

non meriti di vedere pianto e sofferenze,

ma tra poco i tuoi sonni non saranno così sereni e la tua vita, bimbo mio, sarà dura ed oscura.

Dormi, bimbo mio, dormi, io combatto per te,

dormi, bimbo mio, dormi e sogna per me

CARLO e ERIKA TAUBE (1897-1944) – (1913-1944)

Ein jüdisches Kind – Un bimbo ebreo (Text: Erika Taube Terezìn 1942)

Sei un bimbo come tanti altri, come tutti i bimbi del mondo,

 come tutti i tuoi compagni di gioco, eppure sei un bimbo diverso.

Sei un bimbo senza patria straniero in ogni città

e così sarai finché una parola: Patria non ti rianimerà,

finché una parola: patria non sarà del tutto tua.

CAMILLA MOHAUPT (?-?)

Auschwitzlied – Canto di Auschwitz

Tra il fiume Weichsel e il fiume Sola, tra paludi e postazioni,

catene e filo spinato si annida il KZ Auschwitz, nido maledetto

che i prigionieri odiano più della peste maligna. …

Lì, dove la malaria e il tifo ed altri mali,

lì, dove il male dell’anima congela il cuore,

lì, decine di migliaia sono prigionieri lontani dalla moglie e dai figli,

lì si vedono file e file di baracche costruite per mano dei prigionieri

che sotto la pioggia e la tempesta devono trascinare sabbia e mattoni.

Blocco dopo blocco essi erigono per le decine di migliaia di uomini che ancora arriveranno.

ILSE WEBER (1903 – 1944)

Kleines Wiegenlied – Una piccola ninna nanna

La notte si insinua nel ghetto così scuro ed immobile,

 dormi bimbo e dimentica tutto quello che ti circonda.

Posa il tuo piccolo capo nelle mie braccia,

dolce e caldo è il sonno vicino alla mamma.

Dormi bimbo, durante la notte possono succedere molte cose,

durante la notte possono svanire tutte le disgrazie.

Bimbo mio, dovrà venire il giorno in cui al tuo risveglio

vedrai come di notte è giunta la pace.

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Vagabondaggi

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Gli alberi e le nuvole, il cielo, le strade e le case…

Tutto si muove intorno e non è mai lo stesso.

Paesaggi in cui il cuore si perde, panorami il cui l’uguale si compone in altri modi.

Camminare, andare senza fine perchè forse meta non c’è; l’uomo l’ha sempre fatto: Diogene, Paolo di Tarso,  San Benedetto, Rimbaud e Verlaine, e poi  Kerouac.

Anche nel Medioevo, quando muoversi era difficile, rischioso, quasi improbabile, si viaggiava. Ed i vagabondi erano uomini ai quali l’orizzonte troppo prossimo non bastava, così andavano, nascosti sotto il mantello del pellegrino o del mercante.

Vagabondare vuol dire partire ed andare, camminare senza meta; è il viaggiare fermandosi a guardare gli alberi, le nuvole.

il sole brillò un giorno così incredibilmente giallo e giovane sulla vecchia strada provinciale, e sul lago scivolò un battello nero con una grande vela bianca come la neve, e io allora pensai a come era breve la vita – e improvvisamente di tutti i propositi, i desideri e i progetti, non rimase nient’altro che una bella, inguaribile voglia di viaggiare. 

Così selvaggia e insaziabile è la vera voglia di viaggiare , lo stimolo di conoscere e di sperimentare cose nuove, che nessuna conoscenza e nessuna esperienza riescono a saziare.

Quando la terra ci chiama, quando a noi vagabondi giunge il richiamo del ritorno e per noi irrequieti si delinea il luogo del riposo, allora alla fine non sarà un congedo, una timida resa, ma piuttosto un assaporare, grati e assetati, la più profonda delle esperienze.

” Ah, la vera voglia di viaggiare non è altro che quella voglia pericolosa di pensare senza timori di sorta, di affrontare di petto il mondo e di voler avere delle risposte da tutte le cose, gli uomini, gli avvenimenti. Una voglia che non può essere placata con progetti e dai libri, che esige sempre di più e costa sempre di più, in cui bisogna mettere il cuore e il sangue. 

Hermann Hesse, nato a Calw nel 1877, è considerato uno dei maggiori scrittori tedeschi del Novecento. Autore di romanzi come Siddharta, Il lupo della steppa, Narciso e Boccadoro, fu insignito nel 1946 del premio Nobel per la letteratura.
Morì nel 1962.

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