Sera, forse un ritorno

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Un po’ di nascosto, con il sorriso dietro la mano: è notte – quasi – e fa freddo, fuori, ma sei di nuovo qui: lo stesso luogo abbandonato da mesi, lo schermo azzurro, le parole. Tu, ed un cielo nel quale riverberi i tuoi pensieri.

Si allarga il petto nel sollievo, si dilata la stanza, la casa. E’ compiuto, è concluso, è terminato: volerà da solo e forse non lo riconoscerai, come un figlio cresciuto che vedi andare via e lo accompagni sulla soglia mentre vorresti fermarlo. Cosa diverrà non importa: conta quel che è stato per più di due anni – gli occhi brucianti, la schiena incurvata, le dita che fanno male – ed ora è finito.

Devi riprendere l’abitudine al tempo vuoto, a qualche ora per te – di nuovo – , ai racconti un po’ sconclusionati, alla ricerca del dire.

Tornerai, e sarà di nuovo amore; sarà la fretta di  raccogliere, la smania di narrare, sarà cosa sarà, non sai ancora.

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Egon Schiele

È compiuto. È concluso. È terminato.
È consumato l’incendio. S’è fermato.
S’è chiuso il cerchio pietrificato.
Il tempo s’è fermato. È consumato
il delitto. S’è bruciato
il ricordo. L’ansia è cessata.
Una coltre di lava ha mormorato
ogni cranio ogni orbita svuotata.
Ogni bocca nel grido ha sigillato.

S’è chiuso il cerchio. Niente osa varcare
il silenzio di lava. Le formiche
girano intorno al rogo spento impazzite.

Goliarda Sapienza

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E torna a sorprenderci la vita

 La chiave nella toppa – solito rumore – e la penombra dentro.

Entri in casa posi la borsa, appoggi la giacca ad una sedia, ti immergi nel silenzio quasi buio delle tapparelle ancora chiuse dal mattino…

Non vi sono gli odori di cucina, non c’è il richiamo di qualcuno che ti accoglie spazientito perchè ancora hai ritardato; il tavolo vuoto ti osserva chiedendoti che farai, che cosa preparerai. Apri il frigorifero, scruti la dispensa, guardi la ciotola del gatto; chiuso lo stomaco, stanco, un nodo nella gola, in fondo: un sasso che rimane appeso e non ti fa parlare.

E’ tutto spento intorno, è casa senza voci, senza gridi. E’ casa troppo grande e oggi non la riempirai. Allora esci nel sole di un tiepido primo di aprile, cammini per le strade, le piazze, ti siedi a guardare gli ulivi, le magnolie, i fiori nelle aiuole. C’è il muro scrostato giallo del liceo, la panchina di cemento, la fontana.

Le vetrine, poi, con gli abiti leggeri, i colori, le forme … il riverbero del sole contro i vetri. Le scarpe con il tacco, borse nuove, e manichini che ti guardano passare.

Non è l’ora della gente, puoi pensare; c’è quasi silenzio per riflettere, c’è caldo e il sole dell’aprile appena nato può sciogliere quel nodo, ridare voce.

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E torna a sorprenderci la vita,
col suo profumo intatto,
coi silenzi o le grida delle piazze,
e risuona l’accento all’infinito,
si fa mestizia di pallide stagioni,
o alba tra cime innevate.
C’è un guizzo che passa dal dolore,
dove la solitudine si scioglie come neve,
ha zolle di maggese,
e il disincanto resta sulla carne, brucia.

 Ninnj Di Stefano Busà